.
Annunci online

isterika
 
 


Blog a cui collaboro



Scrivere perché...
è la mia più grande passione;
è sempre possibile raccontare qualcosa che non sia ancora stato raccontato;
mi permette di sfogarmi quando sono
ISTERIKA!!

CULTURA
25 marzo 2011
Intervista a Sergio Staino

Pubblicata su Camminando Scalzi il 24 marzo 2011 con vignetta dedicata...

A che età ha deciso che avrebbe voluto fare il fumettista? E quale percorso ha intrapreso per diventare il Sergio Staino che oggi conosciamo?
Ho iniziato tardi. In zona Cesarini: un giocatore di calcio diventato famoso perché faceva goal sempre quando stava per scadere il 90° minuto. E io mi sono sentito un po’ lo stesso. Avevo 39 anni quando ho cominciato a fare fumetti, quindi avevo già fatto tante e tanti lavori prima. Ho cominciato a lavorare a dodici anni in una fabbrica di ceramica, e poi dopo due anni ho ripreso a studiare, su impulso di un professore che mi voleva bene. Successivamente ho fatto l’istituto d’arte, e siccome sono andato particolarmente bene ho deciso di iscrivermi all’università e laurearmi in architettura. Ho anche lavorato al bar per un po’ di anni finché sono entrato nel Movimento dei Marxisti e Leninisti e ho deciso di andare a insegnare in una scuola media per avere più tempo libero per fare la rivoluzione… Nel ’79 mi sono ritrovato con un grande amore per la mia attuale compagna. All’epoca amore adulterino e clandestino perché io ero già sposato con un’altra. Lei peruviana, senza permesso di soggiorno, con una bambina fatta insieme, e quindi una bella felicità, però da un punto di vista della collocazione sociale, nulla.
Avevo solo un posto precario alla scuola. Molto precario perché io insegnavo educazione tecnica e al periodo era in discussione un progetto di legge che prevedeva di dimezzare gli insegnanti, che poi non passò, ma all’epoca sembrava che passasse. E questo mi accadeva con molti errori alle spalle, molte bruciature, ammaccamenti e cose non riuscite, e così ho provato a raccontarle in chiave umoristica, satirica, perché io avevo questa vena di vedere sempre, anche nelle cose non facili, un aspetto comico e buffo. È un’attitudine che abbiamo in molti, noi toscani, e così un giorno, in una riunione sindacale più triste delle altre i miei colleghi mi vedevano fare le mie solite caricature di passatempo e mi dicevano “Avessi io il talento che hai te”… Così tornai a casa e decisi di provarci, e il giorno dopo, il 10 ottobre del ’79 dissi a mia moglie: “faccio una striscia satirica, provo per un anno, e fra un anno vedo a che punto sono arrivato”. Mi sono messo al tavolino a pensare cosa fare e poi ho avuto l’illuminazione. “Fai te stesso – mi disse lei. – Hai un sacco di cose da dire”. Così ho fatto la mia caricatura. Mi son fatto brutto, triste, il naso rosso, già abbastanza pelato, ingrassato, messo dietro una macchina da scrivere e ho cominciato a raccontare le mie disgrazie, in chiave però molto divertente.

Dove sono state pubblicate le sue prime strisce?
Sono entrato dalla porta principale. Gli amici ridevano talmente di queste strisce che dopo una ventina di giorni le ho raccolte in una busta e le ho spedite a Linus, che al tempo era la rivista massima per i fumetti. Insomma, il 10 ottobre del ’79 mi sono messo a disegnare e i primi di dicembre dello stesso anno è uscita la mia prima storia su Linus, a febbraio la prima recensione, e un anno dopo, nell’ottobre dell’80 ero già un famoso disegnatore a fumetti. Mi è cambiata la vita. Sono entrato nel mondo del fumetto creando anche molte invidie e molti dei miei colleghi lì per lì dicevano: “ma chi è questo raccomandato che senza fare gavetta è entrato?”. Questi i più coglioni. Coi più bravi, che sono tanti, abbiamo poi fatto amicizia e oggi ci vogliamo molto bene. Credo sia una delle poche categorie, quella dei disegnatori, sopratutto satirici, dove non c’è una concorrenza così terribile e cattiva come c’è in altre categorie, come nel cinema o nella letteratura.

Lei ha fatto anche il regista cinematografico nei film “Cavalli si nasce” (1989) e “Non chiamarmi Omar” (1992). Come mai ha smesso?
Sì ho provato di tutto, ma il mio vero lavoro è comunque il fumettaro. Ho mollato il cinema sostanzialmente perché non ci vedo più bene e quindi c’è anche un problema tecnico, e ho dovuto abbandonare anche la regia teatrale per le stesse ragioni. Ma effettivamente, l’unico dei linguaggi che controllo e mi rende veramente soddisfatto del mio lavoro, è il fumetto. Cinema, televisione, teatro e letteratura li ho provati tutti alla fine ho sempre detto: “ma che cazzo ho fatto?”, e questa non è bella come domanda, perché vuol dire che non sei ancora padrone di quel linguaggio.

Lei è stato anche ideatore e direttore dell’inserto satirico TANGO, a cui hanno collaborato grandissimi fumettisti da Ellekappa, ad Altan ad Andrea Pazienza. Potrebbe dirmi se è cambiato qualcosa dal modo di fare fumetti satirici in quel periodo a oggi?
Beh diciamo che in quel periodo c’era ancora il Partito Comunista, quindi si parla ormai quasi di preistoria. Era un Partito Comunista che sentiva al suo interno l’inquietudine derivante dalla crisi che si stava avvicinando. Io ho iniziato a fare “Tango” nel 1986 e il Muro di Berlino è crollato tre anni dopo. Nell’86 forse ancora alcuni dirigenti non se ne erano resi conto, ma la maggior parte del partito sentiva che qualcosa stava cambiando e andava cambiata. Credo che Tango abbia portato il sorriso dentro il Partito Comunista, e soprattutto l’autoironia, perché prima il partito percepiva la satira solo come diretta verso l’avversario, mai come introspezione verso sé stesso. Con Tango credo dunque di aver dato al partito un aiutino a non essere distrutto dal crollo del Muro di Berlino, facendo sapere che le intelligenze soggettive e le verità oggettive che comunque erano contenute nei principi marxisti, sopravvivevano a qualunque cosa, e questo è stato l’elemento più importante che abbiamo raccontato con la satira. E non lo sapevamo. Perché le cose belle e le cose profonde nella stragrande maggioranza dei casi arrivano senza che l’autore se ne renda conto. L’importante è che tu sia sincero, che le cose che scrivi siano veramente dettate dal tuo cervello e dalla tua pancia. Se segui questo poi, incredibilmente, senza rendertene conto, trovi dietro spunti, verità, riflessioni, che sono profondamente utili e corrispondono alla realtà.
Per quanto riguarda la difficoltà di fare satira oggi, diciamo che è molto difficile quando si parla di fare satira nei giornali, perché oramai tutti i giornali sono diventati giornali satirici. A cominciare da “La Repubblica” in giù, secondo me tutti i giornali cercano il sensazionalismo; forzano i titoli e danno molto spazio ad autori caratterizzati da una matita felice da un punto di vista satirico, come Michele Serra, Curzio Maltese, il Severgnini etc. Alcuni giornali ci fanno proprio concorrenza diretta. Pensate ad alcuni titoli di “Libero” o de “Il Giornale” che in certe situazioni sono apertamente veri titoli da giornale satirico. Usano anche parolacce, parole pesanti, e quindi in questo caos diventa veramente difficile riuscire a far guizzare un’intelligenza satirica in maniera più riflessiva. Tutto vive una giornata, e tutto ha una scadenza limitatissima. Funzionerebbe meglio la satira in televisione, soprattutto perché in tv oggi non c’è spazio per la satira. Perché tanto è provocatorio il mondo della carta stampata tanto è ottuso, stupido e conformista il mondo della televisione. Io in tv ho fatto “Cielito lindo” una trasmissione che non ha fatto fortuna come ascolti, ma a ripensarci oggi tutti la elogiano, perché lì nacque la Littizzetto, Aldo Giovanni e Giacomo, ci fu l’exploit di Claudio Bisio e di tantissimi attori e autori satirici. Purtroppo però la cosa non è potuta andare avanti. Vedete anche quel poco di satira che fa la Dandini che è difeso come una trincea. Si dovrebbe fare molto di più. La speranza oggi è il web. Io ci credo molto. Una grande lezione di dissacrazione satirica ce l’ha data Wikileaks: una forma di provocazione continuata…
Gli autori satirici sono però ancora un po’ impacciati, perché le vignette riprodotte in video non sono la stessa cosa di una vignetta sul giornale. Bisogna pensare a un linguaggio che sia omogeneo, omologo e pensato con gli stessi strumenti telematici e digitali.

Differenze comunicative tra il mezzo visivo del fumetto e l’articolo di giornale. Punti di forza e di debolezza.
I punti di forza sono dati dal tipo di media in cui vai quando fai questa satira. Se vai su un giornale trasversale, che si rivolge a tutta la popolazione come “Il Corriere della Sera”, “La Stampa” o “Il Messaggero” il punto di forza è che puoi raggiungere un pubblico molto vasto. Il punto di debolezza è che il linguaggio di quel giornale ti impedisce forzature particolarmente adatte alle provocazioni. Come un Papa che si manifesta in una situazione di pedofilia. Sarebbe molto difficile inserire questo tipo di satira in uno di questi giornali. Lo puoi invece fare in dei giornali più liberi, sicuramente già ne “L’Unità” la cosa si può fare, ancora meglio nei giornali di satira. C’è il “Mamma!” ad esempio, o “Il Vernacoliere”, dove puoi andare giù sbracato quanto vuoi. Ma qui il limite è che questi si rivolgono a un pubblico che è già preparato, che già vuole sapori forti e quindi la deflagrazione che avviene quando fai una cosa trasgressiva nei confronti di ceti sociali che non se l’aspettano, in queste situazioni non avviene.

Teatro Puccini: come e perché ha deciso di ideare un’associazione come “Quelli del Puccini” e di organizzare questi incontri a un prezzo peraltro così simbolico (2 euro)? E in base a quali criteri avete scelto temi e ospiti?
In effetti da questi incontri non ci guadagna nessuno. Né chi organizza né gli ospiti che vi partecipano, che vengono solo a titolo di amicizia. Diciamo che ho la fortuna che in tanti anni di lavoro ho fatto tante belle amicizie con persone meravigliose e che oggi posso permettermi di invitarle gratuitamente. In genere gli incontri sono peraltro divertenti, intelligenti, e quindi è intelligenza che si semina, e soprattutto si fa conoscere una struttura culturale come quella del Teatro Puccini, che deve sopravvivere. Noi abbiamo diversi problemi di sopravvivenza da un punto di vista economico, di farlo conoscere, di tenerlo all’ordine del giorno nei confronti dei giovani, e c’è un problema di sfratto sul teatro, e quindi tutto quello che si riesce a fare per far crescere questa realtà… ben venga. Io ho una, diciamo, vocazione a innamorarmi di queste cause cittadine che mi sembrano belle. Per aiutare la città. Mi viene un po’ dalla formazione comunista, perché io ho fatto parte di una generazione che diventava comunista non per avere una poltrona da assessore, ma per un’enorme generosità verso il mondo. L’altro motivo è che faccio un mestiere che mi tiene sempre da solo davanti al computer e al tavolo da disegno e l’idea di lavorare con altri e ogni tanto vedere queste situazioni collettive mi allarga un po’ il cuore, perché sono una persona molto estroversa, molto sociale, come dovrebbe essere chiunque di sinistra. Quando uno sfugge, non si fa vedere, ha paura di incontrarsi con gli altri, c’è qualcosa che non va.
Le idee e gli argomenti trattati negli incontri sono sostanzialmente scelti da me, ma sono corroborati da giovani collaboratrici: Antonella, Alice e Francesca, che per me sono ossigeno. Non mi posso vantare di tutto. Ad esempio, il 26 abbiamo qui Roberto Vecchioni, e lui è uno dei miei più vecchi amici. Con lui però c’è Boosta, il tastierista dei Subsonica, e io non mi posso vantare di conoscere anche lui. Ho imparato a conoscerlo perché tre ragazze mi hanno fatto un cervello così a insistere che avrei dovuto chiamare o il cantante o il tastierista. E quindi me l’hanno fatto ascoltare e conoscere. Un grosso aiuto, inoltre, me lo danno alcuni amici intellettuali fiorentini che fanno parte di “Quelli del Puccini” che mi danno il background culturale quando magari bisogna invitare qualcuno che non mi conosce o che è più difficile far venire. Allora gli snocciolo la lista di nomi che ho con me nella mia associazione e loro dicono “vabbè, allora è una roba seria” ed è più facile. Una mallevodoria.

Cosa consiglierebbe a un ragazzo di talento, bravo a disegnare, per farsi largo nel mondo del fumetto?
Una volta c’erano delle riviste che erano molto lette ma che oggi non ci sono più. Oggi si comincia illustrando o pubblicando dei libretti per conto proprio, o illustrando libretti di amici. Io, ad esempio, Pazienza lo conobbi così. Aveva fatto un libretto che si chiamava “La settimana di otto lunedì” quando era ancora un autore sconosciuto. Mi capitò per le mani questo suo lavoro e i suoi meravigliosi disegni, e infatti poco dopo se lo prese Frigidaire e da lì nacque Andrea Pazienza. E la stessa cosa vale per Gipi, che è un grande disegnatore toscano. L’ho conosciuto, gli ho fatto una mostra a Scandicci, Fofi l’ha presentato in altre cose etc… Bisogna fare così. Lavorare, lavorare e se hai l’intuito di sentire delle persone che sono sul tuo feeling mandargli le cose. O mandare le cose anche a Staino, alla mail info@sergiostaino.it, e magari, se la cosa vale, ti comincia ad arrivare la risposta. L’importante è che ci sia la passione dentro, e ricordare che se c’è la passione non ci sono le delusioni che ti fermano, perché diventa un’esigenza. Io disegnavo prima di sfondare e avrei continuato a disegnare anche se non avessi sfondato. La prima cosa è l’esigenza del linguaggio: perché se tu hai qualcosa da dire e hai un linguaggio che ami particolarmente, questa cosa di per sé la fai. E se la fai bene, con sincerità, senza seguire mode ma impulsi che poi sono tuoi, prima poi viene fuori il talento. Guardate Saviano. Lui aveva scritto dei racconti, li aveva mandati a Fofi e Fofi gli ha detto “ma tu scrivi bene. Perché invece di scrivere cazzate non ti affacci dalla finestra di casa tua e guardi Scampia sotto casa, la tua Napoli.” E così è nato il Saviano che tutti conosciamo. Bisogna sempre raccontare le cose e non fuggire mai per la tangente. Non andare su cose troppo surreali o fantascientifiche. Meglio raccontare sempre le cose che si conoscono e che ti danno emozioni dirette. Indignazione, felicità, qualunque tipo di emozione. Ma deve essere diretta e vissuta. Mai immaginarsi le emozioni di altri. Lo potrai magari fare più tardi, con più esperienza, ma devi sempre partire dalle tue. E poi non è vero che non ci sono storie. Perché anche solo uscendo di casa e andando a scuola, anche solo in una mattinata, se una persona sa vederle, sentirle e percepirle, quelle emozioni sono già materiale per un racconto…
POLITICA
25 marzo 2011
Sperperando gli sprechi…


Pubblicato su Camminando Scalzi il 5 marzo 2011

“Quest’anno in Italia è stato tagliato il 76,3 per cento delle spese per i servizi sociali”, scrive l’economista Tito Boeri nella rivista Internazionale del 25 febbraio 2011. “Il fondo nazionale per le politiche sociali – prosegue – è stato ridotto a 275 milioni di euro. Tre anni fa la dotazione del fondo era più del triplo”.

I finanziamenti per la famiglia, tanto amata da questo governo, si sono ad esempio ridotti dai 185 milioni dello scorso anno ai 51 di quest’anno. “Cresce, inoltre, il numero dei fondi letteralmente svuotati: – scrive Boeri – dopo il piano straordinario per gli asili nido è toccato al fondo per la non autosufficienza, che perderà 400 milioni. Altri, come quello per gli affitti, sono ridotti ad una cifra simbolica”…

Ma la colpa è sempre solo della solita “crisi”. Non ci sono responsabilità politiche in Italia, solo difficili situazioni in cui qualche sfortunato esecutore dovrà cedere alla tentazione di sferrare il colpo di grazia per atterrare definitivamente un Paese sofferente e stremato.
In compenso, la carenza di risorse non ha impedito ai nostri amati rappresentanti di inserire all’interno del recente testo “Milleproroghe” l’ennesima Sanatoria manifesto “selvaggio”, che riguarda le violazioni compiute dai partiti con manifesti politici, di cui non ci è dato modo di conoscere a quanto ammonti la multa che i partiti “incriminati” avrebbero dovuto pagare e quanti soldi sarebbero potuti entrare nelle casse dello Stato, ma ci è permesso sapere che adesso basterà versare mille euro entro il 31 maggio di quest’anno per vedersi automaticamente cancellata la sanzione.

La carenza di risorse non ha impedito i nostri rappresentanti nemmeno di vergognarsi per la scelta di non organizzare un’unica giornata di elezioni per referendum e amministrative. “Trecento asili, 2000 auto per la polizia, messa in sicurezza delle scuole, ripristino del fondo per le non autosufficienze, assistenza ai malati di Sla. Ecco come potrebbero essere spesi in maniera utile i 350 milioni di euro che il governo vuole gettare al vento facendo votare il 12 giugno per i referendum anziché prevedere l’election day (www.iovotoil29maggio.it) con le elezioni amministrative del 29 maggio”, ha affermato il capogruppo alla Camera dell’Italia dei Valori Massimo Donadi.

Ma il governo è deciso! Quando si tratta di mettere a rischio il raggiungimento del quorum ai referendum e rompere i coglioni alla gente che nel giro di due settimane dovrà votare due volte, lo sperpero di risorse non è certo mai stato un ostacolo!
SOCIETA'
19 marzo 2011
La dignità scende in piazza

Pubblicato su Camminando Scalzi il 15 febbraio 2011

Se non ora quando? È l’unica domanda che viene da porsi in un momento come questo. Ed è proprio per tale motivo che domenica 13 febbraio oltre 230 piazze italiane si sono riempite di donne e uomini uniti dal bisogno di rivendicare la dignità del genere femminile e dire basta a qualunque forma di discriminazione e sfruttamento.

Dire basta a una rappresentanza politica maledettamente sbilanciata a favore del mondo maschile, e dove il mondo femminile sembra troppo spesso rappresentato da ex igieniste dentali senza passione ed esperienza.

Dire basta a una rappresentazione maschilista e superficiale del genere femminile nei media, dove i culi vengono usati persino per pubblicizzare la marca di uno yogurt e una quinta di reggiseno trova più spazio dello sguardo fiero di una donna che ha qualcosa da raccontare.

Dire basta a un mondo del lavoro dove il tasso di occupazione femminile nel 2010 era uno dei più bassi fra i Paesi Ocse, e dove l’Italia precede solo il Messico e la Turchia. Le donne disoccupate superano il 50% e guadagnano mediamente il 20% in meno degli uomini, a parità di lavoro e posizione professionale. Un trend legato anche all’identificazione della figura femminile come unica responsabile del nucleo familiare, perché in Italia sembra che solo le donne maturino il desiderio di avere dei figli e solo le donne abbiano il dovere di crescerli sacrificando le proprie ambizioni professionali, come spiega “La mamma architetto” Daniela Scarpa su Camminando Scalzi il 13 febbraio.

Dire basta a quei 10 milioni e 485 mila casi di molestie sessuali sul posto di lavoro, risultanti da un’indagine indagine ISTAT pubblicata nel 2010, condotta su un campione di 24.388 donne di età tra i 14 e i 65 anni, da cui è risultato che il 51,8 per cento delle intervistate abbiano “subito nell’arco della loro vita ricatti sessuali sul lavoro o molestie in senso lato come pedinamento, esibizionismo, telefonate oscene, molestie verbali e fisiche”.

Dire basta a quel 31,9% di donne italiane che nel corso della loro vita sono state, almeno per una volta, vittime di violenza fisica o sessuale. (Dato ricavato da una indagine ISTAT del 2006, su un campione di 25 mila donne tra i 16 e i 70 anni intervistate su tutto il territorio nazionale).

Dire basta a chi continua a mettere in discussione i diritti duramente conquistati nel corso della storia, come ha fatto Giuliano Ferrara, che dopo essersi fatto promotore della campagna “No aborto” nel 2008, oggi accusa i sostenitori di queste manifestazioni di dissenso di essere giacobini, neo-puritani e moralisti.

Dire basta all’europarlamentare Iva Zanicchi e alle sue assurde dichiarazioni pseudo-cattoliche sul “Gesù proteggeva le prostitute e diceva ‘chi è senza peccato scagli la prima pietra’”, come se proteggere significasse pagare settemila euro a prestazione sessuale (anche se minorenne), regalare farfalline di Swarovski e offrire incarichi pubblici a persone di dubbia competenza politica.

Dire basta a tutto questo e a coloro che hanno visto nella manifestazione del 13 febbraio solo una rivolta contro il Presidente del Consiglio e i recenti scandali che lo hanno coinvolto, perché questo movimento va ben oltre Silvio Berlusconi e il suo harem di via Olgettina: la misera rappresentazione di un sistema che oggi non possiamo più fingere che non esista.
SOCIETA'
11 febbraio 2011
Sei giovani storie dai territori palestinesi…

Pubblicato su Camminando Scalzi il 4 febbraio 2011
 

Mercoledì 2 febbraio 2011 il Palazzo Ducale di Lucca ha ospitato l’incontro “Medio Oriente: tra conflitti e dialogo”, a cui hanno partecipato anche sei giovani Palestinesi tra i 15 e i 17 anni, che hanno avuto modo di raccontare la propria storia e far conoscere le condizioni in cui sono costretti a vivere. Due ragazzi e quattro ragazze, attivisti di associazioni locali, con la possibilità di venire in Italia e divulgare le tante cose che ancora non conosciamo di quegli sfortunati territori.

E’ dal 1948, data che decreta la nascita dello Stato d’Israele, che il mondo discute della “questione Israelo-Palestinese” senza riuscire a trovare una soluzione all’annoso conflitto che contraddistingue quei territori. 

“L’occupazione non è solo il problema di due popoli che si scontrano – spiega un giovane diciassettenne con uno sguardo che tradisce una sofferta maturità. – In realtà è una cosa più complessa, perché l’occupazione è una limitazione continua, che ostacola e priva noi cittadini di vivere una vita normale. Noi ragazzi diventiamo come dei robot che non possono prendere le decisioni autonomamente. Sono gli Israeliani a decidere dove e quando noi possiamo andare in un posto, e questa limitazione di libertà è davvero umiliante e snervante per tutti noi”.

“Io abito nel centro storico di Gerusalemme est – spiega il suo coetaneo. – Lì non ci sono posti di blocco, ma a volte può capitare di incontrare qualcuno che, riconoscendoti come arabo, decide di insultarti, sputarti addosso o magari darti uno schiaffo, solo perché sei un ragazzo. Poi a volte ci sono delle operazioni militari dentro la città e a quel punto i militari israeliani hanno il diritto di fermarti, chiederti un documento d’identità e tenerti lì fermo anche per delle ore. I miei compagni di classe che invece hanno casa fuori dalla città hanno il permesso di entrare a Gerusalemme solo per andare a scuola, quindi devono alzarsi presto per arrivare in tempo, prima che scada il permesso, anche perché ci possono impiegare anche tre ore per fare una strada che normalmente impegnerebbe venti minuti di tempo. Lo stesso vale per i maestri e i professori che abitano fuori dalla città, che arrivano a scuola già stanchi. E’ un’umiliazione e una violenza che mi deprime e mi impedisce di immaginare un futuro”.

“Viviamo in un costante stato di incertezza e paura – spiega una delle ragazze – perché i militari potrebbero entrare, distruggere case, e persone che conosciamo potrebbero morire. Conosco molte vittime delle aggressioni militari, ragazzi mutilati dalle mine che hanno perso una mano, un piede o altro”…

“Un fatto che vedo tutti giorni è quello del muro – racconta un’altra delle giovanissime ragazze. – E’ un muro di discriminazione e Apartheid, che non divide solo lo Stato Israeliano dai territori palestinesi, ma passa proprio fra le case dei Palestinesi, separando famiglie e amici. Dividendo i ragazzi dalla loro scuola e i religiosi dal proprio luogo di culto. Vivere in queste condizioni è molto difficile. Io ad esempio non sono mai stata a Gerusalemme anche se dista solo qualche chilometro da casa mia. Per andarci dovrei richiedere un permesso che potrebbe arrivare anche dopo un mese o essere addirittura rifiutato. Quando sono arrivata in Italia mi sono accorta di quanto nel mondo si parli del mio Paese. Da anni se ne parla, ma la verità è che nessuno sa davvero cosa significa vivere lì, e nessuno fa niente per cambiare le cose”.

“Ciò che più mi angoscia dell’occupazione – ha concluso l’intervento dell’ultima ragazza – è il fatto che l’occupazione vuole completamente cancellare la nostra identità. I nostri insegnanti a scuola non possono parlare di certe cose, della nostra cultura o della nostra storia. Il sistema scolastico è controllato dall’occupazione. Nel 2009 Gerusalemme è stata eletta capitale della cultura araba, e da quel momento Israele ha deciso di chiudere un sacco di associazioni, fra cui quella con cui io collaboravo, che serviva per rafforzare l’identità culturale e storica del mio popolo”…

Concluso l’appassionato intervento dei sei giovani palestinesi, Francesca Pasquato e Elena Gasparri (Assopace Pisa) hanno presentato il progetto “Educare al conflitto per educare alla pace: con gli occhi dell’altro”, nato per sensibilizzare i ragazzi delle scuole superiori sulla tematica del conflitto, proiettando poi alcuni stralci del documentario “Route 181. Frammenti di un viaggio in Palestina-Israele”, realizzato da un regista Palestinese e da uno Israeliano per spiegare la complessità del tema, senza pregiudizi ideologici, insieme, per raccontare una verità comune…
SOCIETA'
11 febbraio 2011
Tra marea nera e fanghi rossi

Pubblicato su Camminando Scalzi il 28 gennaio 2011 
e ripubblicato su Informazione Libera

Martedì 11 gennaio 2011, nelle coste di Porto Torres, la petroliera Emerald ormeggiata nel terminal di Fiume Santo (polo chimico del nord Sardegna al confine con il Parco Naturale dell’Asinara) sta immettendo olio combustibile nelle condotte d’alimentazione di uno dei due gruppi ad olio ancora attivi nell’impianto della società tedesca EON, una fra le aziende energetiche più grandi al mondo.

Il nero petrolio che da oltre due settimane colora le limpide acque marine delle coste settentrionali dell’isola oramai comincia a tingere anche i 18 km di spiagge colpite da questa deprimente catastrofe naturale, da Porto Torres a Punta Tramontana… Enormi chiazze di liquido scuro e nauseabondo si stanno infatti formando sopra e sotto la sabbia, e nessuno è ancora in grado di stabilire l’entità dei danni ambientali di tale disastro.

E’ stato un “imprevedibile guasto meccanico nella linea di drenaggio del collettore manichette posizionato all’interno della banchina”, hanno dichiarato i responsabili di EON. Ci sono però molte questioni che non quadrano, come spiega il giornale online Ecologiae. “Prima di tutto l’allarme – spiega Marco Mancini – lanciato 36 ore dopo la fuoriuscita del carburante dalla nave cisterna Esmeralda”. Quel fatidico martedì notte scorre infatti senza interventi o segnalazioni, senza che nessuno decida di assumersi le responsabilità dell’accaduto, e “quando risuona l’allarme è oramai troppo tardi – spiega Agora Vox il 26 gennaio. – Il mare è stato violentato da 18.000 litri di catrame misto ad olio”.

Nelle ore successive all’incidente il sindaco Beniamino Scarpa venne peraltro più volte tranquillizzato con la garanzia, da parte dell’azienda responsabile, che non ci fossero pericoli né problemi di alcun genere. Nel frattempo, da Platamona a Stintino, davanti all’area marina protetta del Parco Nazionale dell’Asinara, le chiazze d’olio continuano a spostarsi verso l’arcipelago protetto della Maddalena. 
Intanto i quotidiani parlano di un piano dell’Eni che avrebbe in progetto di installare nella stessa zona il più grande deposito costiero di idrocarburi del Mediterraneo, incrementando quindi il traffico delle navi cisterna e, di conseguenza, il rischio di ulteriori incidenti…

Un tempo si parlava di Sardegna come di un’isola da sogno, dove i paesaggi inviolati e la natura incontaminata riuscivano ad attirare visitatori da tutto il mondo e rendevano gli abitanti del territorio orgogliosi di essere nati in una terra così meravigliosa. Oggi i quotidiani parlano invece della marea nera di Porto Torres, della sindrome di Quirra per l’uranio impoverito prodotto dal poligono militare, dei fanghi rossi dell’Eurallumina di Portovesme e delle mutazioni genetiche nel dna dei bambini che vivono nella zona dello stabilimento petrolchimico di Sarroch.
La rabbia prende quindi il sopravvento, ed io comincio a chiedermi fino a che punto dovremo arrivare, noi sardi, per capire quale tesoro siamo stati capaci di svendere al peggior offerente e quanto lo rimpiangeremo il giorno in cui non avremo più la possibilità di tornare indietro…
ECONOMIA
11 febbraio 2011
La miope strategia della Fiat di Marchionne

Pubblicato su Camminando Scalzi il 20 gennaio 2011

Il referendum proposto da Marchionne alla sede FIAT di Mirafiori è passato con 2.735 sì contro 2.325 no. Una percentuale del 54,05% di votanti favorevoli, che pare abbiano raggiunto la maggioranza soprattutto grazie al voto degli impiegati. Ma “il discorso sugli impiegati è fin troppo facile – spiega Paolo Griseri su La Repubblica online del 16 gennaio 2011. – Il loro livello di autonomia sul lavoro è molto alto; non fanno i turni, non hanno il problema delle pause, in buon parte fanno parte del sistema gerarchico di controllo aziendale. C’è da stupirsi che ben 20 abbiano votato no. Gli altri 421 hanno detto sì. Ma se si escludono gli impiegati dal conto, la fabbrica è divisa come una mela: 2.315 sì e 2.306 no”.

Appena 9 voti in più per i favorevoli, anche se tra le tute blu della catena di montaggio, laddove il lavoro è più duro, è stato il “no” a prevalere: chiaro indice della preoccupazione degli operai che subiranno le conseguenze di questo nuovo accordo. Sono loro che dovranno far scendere il livello medio di assenteismo sotto il 6% (ora è all’8%), altrimenti da luglio 2011 i dipendenti che si assenteranno per malattie brevi (non oltre i cinque giorni) a ridosso delle feste, delle ferie o del riposo settimanale per più di due volte in un anno non gli verrà pagato il primo giorno di malattia. Dal 2012 se l’assenteismo non sarà sceso sotto il 4% i giorni di malattia non pagati saranno invece due. Le ore obbligatorie di straordinario passeranno da 40 a 120 all’anno, con 15 sabati lavorativi, e come già previsto per lo stabilimento di Pomigliano, coloro che non rispetteranno gli impegni assunti con l’accordo rischieranno sanzioni in relazione a contributi sindacali, permessi per direttivi e permessi sindacali aggiuntivi allo Statuto dei Lavoratori (fonte: Il Fatto Quotidiano). E questi sono solo alcuni dei punti inseriti dal referendum...
Oggi Marchionne parla di una “sfida per la nuova Fiat, con stipendi tedeschi e azioni per gli operai”. Resta solo da capire se la sfida di investire nel mercato internazionale dei suv troverà un riscontro positivo nella realtà o si trasformerà nell’ennesima illusione di un’azienda incapace di mettersi davvero in gioco.

Viviamo in una società afflitta dall’inquinamento dell’aria, dalla carenza di parcheggi, dal caro benzina e da una crisi economica che non incentiva particolarmente la vendita di automobili troppo costose. Viviamo in una società in cui il mercato dell’auto si è praticamente saturato, con una media di due macchine per ogni nucleo familiare. Viviamo in una società in cui si parla di auto ibride, elettriche, di riduzione del traffico, di incentivi sui mezzi di trasporto pubblico e car sharing, e tutto ciò che la geniale mente di Marchionne riesce a partorire è un investimento su jeep e suv da vendere oltreoceano?! Più che una sfida questa decisione mi pare una scelta miope, tesa ad assecondare solo il peggio del mercato globale, dove la competizione arriva a mettere in discussione le pause degli operai e i loro giorni di malattia per adeguarsi ai peggiori standard di lavoro e produzione. Un sistema in cui si gioca sempre al ribasso, coi diritti e la qualità della vita, perché tanto a rimetterci sono sempre e soltanto i soliti poveri stronzi…
SOCIETA'
11 febbraio 2011
Scacco matto al nucleare.

Pubblicato su Camminando Scalzi il 12 gennaio 2011

Una partita di scacchi. È questa la metafora che è stata scelta dall’agenzia pubblicitaria “Saatchi & Saatchi” per descrivere il controverso dibattito pubblico sull’energia nucleare nello spot promosso dal Forum Nucleare Italiano. Non c’è telespettatore italiano che non abbia ancora visto il video di questa campagna, che oggi si pone l’obiettivo di riaprire un confronto sull’annosa questione. Uno spot che è stato immediatamente trascinato in un marasma di polemiche da coloro che lo ritengono più orientato a convincere piuttosto che a stimolare una discussione sul tema.

Nella simbolica partita a scacchi il giocatore contrario all’investimento sul nucleare si muove con pedine nere, voce incerta e argomentazioni poco convincenti, che sembrano dettate da paure inspiegabili ed irrazionali piuttosto che da realistiche convinzioni. Al contrario, l’avversario che muove le pedine bianche e si schiera a favore delle centrali si esprime con voce più decisa e suadente, esponendo le proprie motivazioni con competente sicurezza.
La teoria che tale spot non sia un semplice invito a visitare il forum è peraltro suffragata dall’elenco dei soci fondatori: ENEL S.p.A. ed E.D.F. International S.A., a cui si sono poi aggiunti Ansaldo Nucleare, Areva, Edison, Sogin, Terna e altre aziende, tutte direttamente coinvolte nel business delle energie.

Al punto 4.3 dello Statuto del Forum Nucleare Italiano si può inoltre leggere l’obiettivo esplicitato dell’associazione: “promuovere l’informazione e il dibattito sull’energia nucleare, attraverso la promozione di incontri, conferenze e seminari organizzati dall’Associazione, in modo tale da incrementare il consenso all’utilizzo dell’energia nucleare e da creare consapevolezza dei benefici non solo in termini di indipendenza energetica per l’Italia, di riduzione del costo dell’energia e di lotta al cambiamento climatico, ma anche di opportunità nel campo dello studio, della ricerca, dell’innovazione e dell’occupazione”.

Lo stesso presidente dell’associazione promotrice del Forum, Chicco Testa, si è più volte detto favorevole ad un investimento nell’energia nucleare. Nel 1987 era tra i promotori del referendum che cancellò l’atomo dal panorama italiano mentre oggi è presidente di un’associazione che vuole convincere l’Italia dei vantaggi del nucleare stesso. La sua posizione è stata più volte rimarcata, nel suo blog (www.chiccotesta.it), nei giornali con cui collabora e nel suo recente libro Tornare al nucleare? L’Italia, l’energia, l’ambiente, pubblicato da Einaudi nel 2008.
Possiamo dunque parlare di pubblicità ingannevole? Sicuramente pensare che i promotori dello spot avessero il solo obiettivo di stimolare un dibattito pubblico sul tema richiede un notevole sforzo…

Nel frattempo in rete proliferano le critiche e questo sito continua a proporre divertenti parodie per contrapporsi alla faziosità dello spot incriminato, tentando di definire quell’elenco di motivazioni che oggi, ancor più di 23 anni fa, dovrebbero dissuaderci dall’investire sull’energia nucleare.
Uno dei motivi si legge nel blog di Greenpeace, che “il 17 dicembre 2010 ha ricevuto rapporti verificati che dallo scorso 11 dicembre oltre 200.000 litri di fanghi radioattivi da tre piscine lesionate si sono riversati nell’ambiente presso la miniera d’uranio Somair (Niger)” a causa della cattiva gestione dell’Areva (azienda che compare nell’elenco di soggetti promotori del Forum Nucleare Italiano). Altrettante motivazioni si ritrovano nei costi (minimo 24 miliardi di euro per soddisfare il 25% del fabbisogno energetico del Paese), nella difficoltà di smaltimento delle scorie e nel fatto che l’uranio sia una risorsa in esaurimento. 
Davvero “una grande mossa”! Non c’è che dire…
CULTURA
16 gennaio 2011
La redazione di Camminando Scalzi intervista Luca Telese

Pubblicata su Camminando Scalzi  il 22 dicembre 2010

Abbiamo intervistato
Luca Telese , attualmente giornalista de “Il Fatto Quotidiano” e di La7, che ci ha concesso una piacevole chiacchierata sui temi a noi cari della libertà di informazione e del mondo del giornalismo in Italia. Telese ha lavorato per dieci anni al Giornale, per poi passare al quotidiano diretto da Antonio Padellaro, oltre a essere autore televisivo (Chiambretti c’è, Batti e Ribatti, Cronache Marziane), conduttore di Tetris, si occupa anche della collana Sperling&Kupfer “Radici nel presente”, dedicata a vicende storico-politiche scomode.
Qui trovate il suo sito ufficiale e qui il suo blog su ilfattoquotidiano.it

Camminando Scalzi: Nella biografia di wikipedia a te dedicata si legge che sei stato “giornalista parlamentare ed ex portavoce del partito Rifondazione Comunista e poi nell’ufficio stampa del Movimento dei Comunisti Unitari” e che il 21 agosto 2008 ti sei definito “un comunista italiano a lungo impegnato in un giornale di destra”. Potresti raccontarci come sei riuscito a conciliare la linea editoriale del quotidiano in cui hai lavorato per 10 anni (Il Giornale) e le tue personali opinioni politiche?
Luca Telese: Quando sono entrato al Giornale ero dichiaratamente di sinistra; sapevano come la pensavo, e quindi mi hanno preso dicendomi “a te garantiremo la libertà di scrivere quello che pensi, non ti imbavaglieremo, perché di giornalisti di destra ne abbiamo già tanti”. Inoltre io facevo cronaca, non facevo editoriali. Raccontavo tendenzialmente quello che vedevo. C’è una cosa che spiego sempre, cioè che la libertà di stampa è una condizione soggettiva. Al Corriere della sera, dove ero prima, con un contratto che scadeva ogni tre mesi, ero oggettivamente più libero ma anche oggettivamente meno libero. Se invece sei in un giornale più schierato (come il Giornale), però ti hanno preso, ti hanno voluto e ti hanno fatto un contratto a tempo indeterminato, è il loro interesse che tu funzioni, non hanno interesse a imbavagliarti.

CS: Uno dei principi cardine della professione giornalistica è l’obiettività. Dalla tua esperienza personale ritieni che sia davvero possibile, per un giornalista, scegliere la notizia e raccontarla in modo neutrale e oggettivo?
LT: Non esiste la neutralità perché ogni racconto è per definizione soggettivo. Esiste la possibilità di essere onesti nel racconto che si fa ed esiste la possibilità di spiegare ai lettori, raccontare insieme a quello che si vede qual è il proprio punto di vista, qual è il proprio modo di vedere le cose. Quindi non è oggettivo, ma è onesto, questa è la grande differenza. Ovviamente ci deve essere un minimo di aderenza ai fatti, e c’è gente che viola anche quella. Ma tolta questa, c’è proprio un bisogno di raccontare. Io racconto quello che vedo e dico come lo vedo e perché.

CS: Il principio di obiettività si scontra molto spesso anche con le scelte editoriali del giornale per cui si scrive. Nel corso della tua carriera giornalistica hai mai subito pressioni politiche o censure?
LT: Sono stato licenziato più o meno sei volte, e ognuno di questi licenziamenti era una censura non riuscita. Quindi c’era una reazione, o il prodotto di una fama di rompicoglioni che uno si fa. I licenziamenti che ho avuto sono le censure che non ho accettato, diciamo.

CS: Dall’esterno il Fatto Quotidiano viene percepito come un giornale innovativo, perché non accetta finanziamenti pubblici ed è esclusivamente finanziato dalle vendite, dalla pubblicità e da una SpA realizzata ad hoc, dove ciascun azionista non può possedere oltre il 16% delle azioni complessive (per evitare che vi sia un azionista di maggioranza). Trovi che questa formula riesca a garantire una maggiore libertà al giornale? Per la tua personale esperienza, ad esempio, hai riscontrato delle differenze quando sei passato da Il Giornale (di proprietà della famiglia Berlusconi) a Il Fatto Quotidiano?
LT: Ho lasciato Il Giornale, in cui avevo un’ottima condizione personale, per poter costruire un giornale in cui ci fosse un’ottima condizione collettiva. Il Fatto è il primo giornale che io conosca, tra i tanti in cui ho lavorato, dove non c’è il cono d’ombra. Cioè il luogo buio dove non puoi scrivere, che è dove risiede la proprietà del giornale. Al Fatto questa cosa non c’è.

CS: Il giornalista Giuseppe Altamore nel libro “I padroni delle notizie”, ha scritto che la maggior parte degli introiti delle società editoriali oggi provengono dagli inserzionisti pubblicitari e che questo influenza molto le scelte dei direttori delle testate. Ritieni che abbia ragione? Pensi che, in un periodo di crisi della carta stampata, anche un giornale indipendente come il Fatto Quotidiano potrebbe cedere alle pressioni degli inserzionisti?
LT: Nel nostro caso non possiamo cedere perché già siamo un giornale che macina utili in maniera prodigiosa. Noi non abbiamo in questo momento nessun problema. Anche se avessimo pubblicità zero avremmo comunque dei profitti. Siamo un’isola felice e non abbiamo problemi di inserzioni. Non risentiamo della crisi. Siamo anche molto morigerati: avevamo un obiettivo di pareggio molto basso proprio perché non volevamo essere dipendenti da nessuno.

CS: Pensi che la libertà d’informazione in Italia sia compromessa dal noto conflitto d’interessi del premier Silvio Berlusconi? E come spieghi il fatto che la Freedom House ci collochi sempre in posizioni bassissime sul fronte della libertà di informazione?
LT: Sicuramente il conflitto di interessi è un grave vulnus che dovrebbe essere aggirato, ed è una delle coglionerie (sic) del centro-sinistra, una di quelle per cui si passa alla storia, il fatto di non aver cancellato il conflitto di interessi con una legge. È importante però anche dire che non è che Berlusconi vince perché ha le televisioni. Berlusconi vince perché è più convincente degli addormentati del centro-sinistra. Il conflitto di interessi c’è, e il tentativo di Berlusconi di controllare l’informazione anche. Anche i democristiani controllavano l’informazione, certo non con la scientificità. Si potrebbe battere Berlusconi anche se avesse sei canali. Detto questo, il conflitto di interessi c’è ed è una zavorra pesantissima per chiunque lavora nei giornali di Berlusconi. Il fatto che io fossi libero quando ero al Giornale è perché non scrivevo di Berlusconi. Se avessi scritto di Berlusconi sarei stato molto colpito dal conflitto di interessi. Il mio modo per ritagliarmi la mia libertà al Giornale era non scrivere di Berlusconi.

CS: Cosa pensi dell’Ordine dei giornalisti e del fatto che l’Italia sia uno dei pochissimi paesi europei ad averne uno? Tenendo conto delle svariate problematiche che affliggono il giornalismo italiano, ritieni che l’Ordine sia realmente in grado di tutelare la libertà di espressione dei giornalisti e il diritto di buona informazione dei lettori?
LT: Purtroppo l’Ordine in Italia è un apparato burocratico che solo ogni tanto si ricorda di quale dovrebbe essere la sua funzione. Amministra tendenzialmente dei fondi previdenziali (male), amministra una cassa sanitaria (male), e ogni tanto si ricorda di fare le grandi campagne in difesa della libertà di stampa. È un’anomalia che non è giustificata dal modo in cui lavorano.

CS: Il futuro dell’Informazione: ci troviamo in un’epoca in cui il giornalismo cede ogni giorno di più il passo a un’informazione dal basso, libera. La gente sta imparando a crearsi il proprio giornale virtuale, ed è una realtà che prende sempre più piede, con veri e propri scoop (vedi Wikileaks). Come dovrà evolversi il giornalismo tradizionale per sopravvivere?
LT: Il giornalismo tradizionale può sopravvivere se si rinnova. Se perde la presunzione di superiorità, se perde la sua assoluta capacità di appiattirsi sul potere, cosa che in questo momento non sembra abbia la minima intenzione di fare. Poi si dice la cazzata epocale “c’è la crisi ai giornali perché c’è Internet”. Il Fatto è un giornale che è nato da internet, è arrivato sulla carta dopo essere nato come sito. C’è sempre un enorme spazio di mercato per la carta. Quindi se i giornali si rinnovano e diventano interessanti hanno tutta la possibilità di vendere e guadagnare consensi e credibilità dai lettori. Non lo fanno; anzi fanno esattamente il contrario, di questi tempi. I giornali sono macchine di tristezza, sono chiusi a qualunque rinnovamento. Se arriva un giovane deve essere iperprecario e il babbione che sta accanto a lui deve guadagnare il doppio, sennò non funzionano, i giornali.

CS: Giovani e giornalismo. Una domanda secca e concisa: quale futuro c’è per i giovani che vogliono intraprendere questa carriera?
LT: Intanto dico di non cedere alla committenza. Tendenzialmente nei primi vent’anni della tua carriera tutto quello che ti chiedono è sbagliato, quindi uno dovrebbe fare il contrario. Quando entrai nei giornali mi chiedevano le cose che non mi piacevano e che non sapevo fare e che neanche a loro servivano; è proprio un esercizio sadico che i giornali di oggi fanno e che la generazione dei bolliti cinquanta-sessantenni tende ad applicare. Semplicemente loro ammazzano tutto quello che si muove, sono invidiosi del gap generazionale. Sono meno preparati e più cialtroni, quindi l’unico modo che hanno per dominare la nostra generazione e le successive è nonnizzarle; questa è la costante dei giornali italiani: analfabeti, impreparati, hanno studiato poco, tiravano il libretto agli esami, hanno un’idea vecchia del potere, quindi per loro il giornale non è manco la questione di fare il giornale, ma un luogo di potere. I giovani dovrebbero rifiutare tutti gli input, dato che tutto quello che ti chiedono è sbagliato. Dovrebbero formarsi per cazzi propri sulle cose che ritengono importanti (scusate la crudezza oxfordiana). E soprattutto crederci, perché alla fine ci si arriva. Tolti i servi e i raccomandati, in giro c’è una tale quantità di brocchi che alla fine si fa carriera.

CS: Ti ringraziamo per il tempo che ci hai dedicato.
LT: Grazie mille a voi tutti.
POLITICA
19 dicembre 2010
Un finale lento e doloroso

Pubblicato su Camminando Scalzi il 17 dicembre 2010 

Sembra proprio che l’eutanasia in questo Paese non sia concessa nemmeno ai governi. L’Italia di oggi ricorda tristemente un malato terminale tenuto in vita da macchinari vecchi e malfunzionanti…
La votazione di fiducia di martedì 14 dicembre è stato uno degli episodi più imbarazzanti della recente storia politica italiana. Da una parte un governo composto da soggetti in rotta di collisione, che si insultano e si rimbalzano colpe e responsabilità. Dall’altra parte un’opposizione incapace di riconoscere la necessità di andare al voto, proprio ora, proprio in questo momento di crisi.

Sentirsi dire che sarebbe deleterio per il Paese aprire le urne in un periodo così critico, significa dimostrare di non essere in grado di rappresentare né una valida opposizione né un’accettabile maggioranza. Significa dimostrare di non essere capaci di ascoltare quelle folle di persone che stanche e disperate continuano a scendere in piazza, e che oramai cominciano a dubitare dell’efficacia delle manifestazioni pacifiche, aprendo un varco verso una deriva violenta. Aldilà dei cosiddetti Black bloc e degli infiltrati, non dovrebbe stupire che dopo anni di scioperi, occupazioni, cortei e salite sui tetti, qualcuno cominci a stancarsi della fastidiosa indifferenza della classe politica. Non c’è nulla di costruttivo nel dare fuoco ad una camionetta della finanza, ma sicuramente non è stato il fatto più scandaloso accaduto in questa memorabile data…

Il vero scandalo sta in un governo che gioisce di una fiducia che non porterà a nulla. La maggioranza non ha i numeri per votare le agognate riforme di cui tutti parlano, e il perenne rischio di una sconfitta lascerà inevitabilmente il Paese nello stallo, mentre il cancro dell’establishment politica attuale si diffonderà, come una metastasi, fino a divorare anche quel poco di “sano” che è rimasto in questa malata società.
Il vero scandalo sta nell’aver sottratto la speranza di un futuro ad un generazione sfinita da un pesante 26% di disoccupazione (dato Confindustria), dall’impossibilità di richiedere un mutuo, costruirsi una famiglia o addirittura ambire alla pensione.
Il vero scandalo sta in quegli abitanti dell’Aquila che ancora oggi si ritrovano a vivere senza la propria casa, senza la propria città, e senza la propria vita.
Il vero scandalo sta in quel manipolo di politicanti che si scannano per accaparrarsi l’appoggio di quelle raccapriccianti espressioni del genere umano che sono disposte a vendersi per soldi sporchi o per una comoda poltrona.

Sono riusciti a votare persino ad Haiti e in Afghanistan. Forse ce la possiamo fare anche noi!
SOCIETA'
12 dicembre 2010
La macchina del fango si abbatte su Assange…

Pubblicato su Camminando Scalzi  l'11 dicembre 2010 

Persino Il Giornale del 9 dicembre ha scelto di difendere Julian Assange dalle assurde calunnie che gli sono state mosse: “Le accuse di violenza sessuale usate per arrestare Assange – scrive Gian Micalessin – sono dubbie e dimostrano l’inadeguatezza e l’impreparazione con cui grandi potenze, agenzie di sicurezza, diplomazia e giustizia internazionale affrontano i rischi determinati dalla pirateria elettronica e dall’uso di internet come strumento per la diffusione di segreti di Stato”.

A ciò si aggiunge l’inadeguato utilizzo della parola “violenza sessuale” da parte di una grossa parte della stampa, che non ha tenuto conto del fatto che il crimine di cui è realmente accusato il noto giornalista legato alla rivoluzionaria vicenda di WikiLeaks è il “sesso di sorpresa”. Un reato che, come si legge su Esse, consiste nel comportamento per cui, se durante un rapporto sessuale con una persona consenziente utilizzi contraccettivi come il preservativo e ne interrompi l’uso (ad esempio perché si rompe) questa condotta per la legge svedese si equipara allo stupro, sebbene sia punito con una multa e non con il carcere, come accadrebbe in caso di violenza sessuale. Un reato che non esiste negli altri Paesi europei, ma che ha comunque permesso di emettere un mandato di cattura internazionale per il terribile criminale dal preservativo bucato.

E’ evidente che la vicenda che ha condotto Julian Assange davanti al magistrato londinese Caroline Tubbs con un’accusa di stupro e due di molestie sessuali non è altro che un imbarazzante stratagemma per legare le manette ai polsi di un uomo la cui sola colpa è quella di aver reso pubblici dei documenti che sono sfuggiti al controllo del dipartimento di stato statunitense. E mentre la Svezia tratta sull’estradizione del pericoloso criminale negli USA, l’Independent, citando fonti diplomatiche, scrive che le autorità di Washington avrebbero avviato discussioni informali con quelle svedesi sulla possibilità di consegnare il fondatore di WikiLeaks alla giustizia americana. Mark Stephens, legale del giornalista più controverso del pianeta, intervistato dalla BBC si è detto “inquieto per le motivazioni politiche che sembrano esservi dietro l’arresto”. E non serve certo un avvocato per capire che si tratta di una incredibile messa in scena organizzata col solo scopo di infangare la reputazione di uno degli uomini più “scomodi” del momento.

“Un profilattico bucato, la gelosia di una femminista rancorosa, la rabbia di una ragazzina illusa. Sono gli unici cavilli di cui dispone la giustizia internazionale per sbattere in galera un uomo colpevole di aver messo a repentaglio la sicurezza planetaria”, scrive Gian Micalessin su Il Giornale, e forse questa volta bisognerà pure dargli ragione. Perché poco importa se alla fine Assange verrà giudicato colpevole o innocente… Nel frattempo le sue vicende personali faranno il giro del mondo, infangando la sua reputazione e impedendogli di concentrarsi sulle importanti informazioni che WikiLeaks avrebbe da raccontare.

sfoglia
febbraio       
Cerca
Feed
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.
Feed
blog letto 271658 volte