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SOCIETA'
11 febbraio 2011
Sei giovani storie dai territori palestinesi…

Pubblicato su Camminando Scalzi il 4 febbraio 2011
 

Mercoledì 2 febbraio 2011 il Palazzo Ducale di Lucca ha ospitato l’incontro “Medio Oriente: tra conflitti e dialogo”, a cui hanno partecipato anche sei giovani Palestinesi tra i 15 e i 17 anni, che hanno avuto modo di raccontare la propria storia e far conoscere le condizioni in cui sono costretti a vivere. Due ragazzi e quattro ragazze, attivisti di associazioni locali, con la possibilità di venire in Italia e divulgare le tante cose che ancora non conosciamo di quegli sfortunati territori.

E’ dal 1948, data che decreta la nascita dello Stato d’Israele, che il mondo discute della “questione Israelo-Palestinese” senza riuscire a trovare una soluzione all’annoso conflitto che contraddistingue quei territori. 

“L’occupazione non è solo il problema di due popoli che si scontrano – spiega un giovane diciassettenne con uno sguardo che tradisce una sofferta maturità. – In realtà è una cosa più complessa, perché l’occupazione è una limitazione continua, che ostacola e priva noi cittadini di vivere una vita normale. Noi ragazzi diventiamo come dei robot che non possono prendere le decisioni autonomamente. Sono gli Israeliani a decidere dove e quando noi possiamo andare in un posto, e questa limitazione di libertà è davvero umiliante e snervante per tutti noi”.

“Io abito nel centro storico di Gerusalemme est – spiega il suo coetaneo. – Lì non ci sono posti di blocco, ma a volte può capitare di incontrare qualcuno che, riconoscendoti come arabo, decide di insultarti, sputarti addosso o magari darti uno schiaffo, solo perché sei un ragazzo. Poi a volte ci sono delle operazioni militari dentro la città e a quel punto i militari israeliani hanno il diritto di fermarti, chiederti un documento d’identità e tenerti lì fermo anche per delle ore. I miei compagni di classe che invece hanno casa fuori dalla città hanno il permesso di entrare a Gerusalemme solo per andare a scuola, quindi devono alzarsi presto per arrivare in tempo, prima che scada il permesso, anche perché ci possono impiegare anche tre ore per fare una strada che normalmente impegnerebbe venti minuti di tempo. Lo stesso vale per i maestri e i professori che abitano fuori dalla città, che arrivano a scuola già stanchi. E’ un’umiliazione e una violenza che mi deprime e mi impedisce di immaginare un futuro”.

“Viviamo in un costante stato di incertezza e paura – spiega una delle ragazze – perché i militari potrebbero entrare, distruggere case, e persone che conosciamo potrebbero morire. Conosco molte vittime delle aggressioni militari, ragazzi mutilati dalle mine che hanno perso una mano, un piede o altro”…

“Un fatto che vedo tutti giorni è quello del muro – racconta un’altra delle giovanissime ragazze. – E’ un muro di discriminazione e Apartheid, che non divide solo lo Stato Israeliano dai territori palestinesi, ma passa proprio fra le case dei Palestinesi, separando famiglie e amici. Dividendo i ragazzi dalla loro scuola e i religiosi dal proprio luogo di culto. Vivere in queste condizioni è molto difficile. Io ad esempio non sono mai stata a Gerusalemme anche se dista solo qualche chilometro da casa mia. Per andarci dovrei richiedere un permesso che potrebbe arrivare anche dopo un mese o essere addirittura rifiutato. Quando sono arrivata in Italia mi sono accorta di quanto nel mondo si parli del mio Paese. Da anni se ne parla, ma la verità è che nessuno sa davvero cosa significa vivere lì, e nessuno fa niente per cambiare le cose”.

“Ciò che più mi angoscia dell’occupazione – ha concluso l’intervento dell’ultima ragazza – è il fatto che l’occupazione vuole completamente cancellare la nostra identità. I nostri insegnanti a scuola non possono parlare di certe cose, della nostra cultura o della nostra storia. Il sistema scolastico è controllato dall’occupazione. Nel 2009 Gerusalemme è stata eletta capitale della cultura araba, e da quel momento Israele ha deciso di chiudere un sacco di associazioni, fra cui quella con cui io collaboravo, che serviva per rafforzare l’identità culturale e storica del mio popolo”…

Concluso l’appassionato intervento dei sei giovani palestinesi, Francesca Pasquato e Elena Gasparri (Assopace Pisa) hanno presentato il progetto “Educare al conflitto per educare alla pace: con gli occhi dell’altro”, nato per sensibilizzare i ragazzi delle scuole superiori sulla tematica del conflitto, proiettando poi alcuni stralci del documentario “Route 181. Frammenti di un viaggio in Palestina-Israele”, realizzato da un regista Palestinese e da uno Israeliano per spiegare la complessità del tema, senza pregiudizi ideologici, insieme, per raccontare una verità comune…
LAVORO
24 novembre 2009
Work and flexibility


Job Meeting & Trovolavoro.it: una giornata di orientamento per conoscere e incontrare i responsabili di svariate aziende del territorio. Organizzato da Cesop Communication e Trovolavoro.it – Corriere della Sera, è giunto alla sua IX edizione, con
folle di disperati laureandi e neo-laureati che ogni anno si accalcano davanti agli stand per consegnare il proprio curriculum, speranzosi di incontrare i propri futuri datori di lavoro.


Alla reception tre graziosi sorrisi ti porgono una mappa con la posizione dei vari stand, allegata ad “Ateneo&Azienda”: un catalogo pubblicitario con i profili aziendali delle svariate imprese che hanno pagato per comparire sull'opuscolo.
“Master in ...”, “Corso di...”, “Scuola per...”. Più che un meeting tra laureati e aziende sembra un salone pubblicitario di istituti privati e dei loro percorsi di formazione.

Qualche gruppo bancario e pochissime imprese. Ciascuno stand ha il suo banchetto traboccante di borse di stoffa, penne e gadgets di ogni sorta. In alto, trionfante, un cartello con un grosso nome, attorniato da accattivanti poster pubblicitari ed invitanti slogan dall'improbabile credibilità.
Un atleta agli anelli fa da sfondo al motto dell'anno: “Fai della flessibilità il tuo punto di forza”, mentre i visi di quattro gioiosi modelli creano enfasi attorno alla frase “Your job, our work”.

Un quarto d'ora di fila per attendere il tuo turno. Consegni il curriculum ad una hostess ben curata che si prodiga in una immodesta descrizione del gruppo per cui lavora, mentre si concentra per non far crollare la paresi facciale che le sorregge un sorriso tanto cordiale quanto irritante. “La nostra agenzia interinale - afferma - non richiede altro che professionalità e competenza, per qualunque tipo di lavoro lei voglia svolgere”. “Al momento - spiega - c'è un'azienda di Viareggio che le potrebbe proporre un contratto di un mese, ovviamente prorogabile”. 

Meno male: adesso è tutto molto più chiaro. Finalmente gli slogan pubblicitari riportati sui poster appaiono comprensibili. “Your job” e “flessibilità come punto di forza”, come a dire che “fai un lavoro di merda, ma almeno tra un mese ti licenziano”.

Un'altra esperienza nel mondo del lavoro...
Un'altra mattinata proficua e vantaggiosa...
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