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ISTERIKA!!

1 novembre 2010
Centri di pessima accoglienza…
Pubblicato su Camminando Scalzi il 19 ottobre 2010

Erano circa un centinaio gli immigrati che l’11 ottobre sono riusciti a scappare dal CPA (centro di prima accoglienza) di Cagliari e hanno raggiunto l’aeroporto di Elmas per una compatta manifestazione di protesta. Una mobilitazione che si è conclusa con una decina di arresti e la cancellazione di alcuni voli aerei, così come lo scorso anno la protesta di Lampedusa terminò con il conteggio delle decine di persone ferite.
Le cause della ribellione “sono quelle di sempre – si legge nell’articolo di
Carlo Mercuri su “Il Messaggero” del 12 ottobre – le stesse che affliggono le carceri italiane: sovraffollamento, scarsa assistenza, inadeguatezza delle strutture. La permanenza in questi centri, che la legge ha elevato da 60 a 180 giorni, ha complicato la situazione”.

Il problema fondamentale di questi centri consiste spesso nel fatto che quelli che dovrebbero occuparsi di gestirlo non comprendono la differenza tra un luogo adibito all’accoglienza e uno finalizzato a punire chi delinque. Da quando lo
status di clandestino si è trasformato in un reato, e da quando la stessa parola clandestino è divenuta un sinonimo della parola immigrato, tutte le questioni che concernono l’argomento immigrazione si sono trasformate in un problema di sicurezza e ordine pubblico. Poco importa se una grossa parte degli uomini che sbarcano sulle coste italiane sono molto spesso rifugiati politici e richiedenti asilo, e importa ancora meno che il Diritto internazionale ne imponga l’accoglienza… Per il governo italiano questi sono clandestini, senza distinzioni di sesso, età, paese di provenienza o storia personale.
“Se si pensa che in Italia tra Cpa e Cie ci sono 29 strutture, – prosegue l’articolo di Mercuri – per un totale di 7.653 posti e che, dal 1 gennaio 2010, sono stati quasi diecimila i clandestini transitati nei Centri per essere riaccompagnati in patria, si capisce che la differenza di quasi 2.500 clandestini in più rispetto ai posti disponibili è la goccia che ha fatto traboccare il vaso”.

E adesso immaginate di essere un perseguitato politico, in un Paese in cui l’unico modo per scappare è quello di rischiare la vita su un barcone guidato da uomini senza scrupoli. Perché l’acquisto di un biglietto aereo sarebbe più comodo e meno costoso di quell’assurdo viaggio della speranza, ma gli aeroporti non sono un bel posto per un individuo che fugge dalle persecuzioni di un regime dittatoriale. Immaginate di arrivare sulle coste dell’Italia dopo giorni e giorni di viaggio, e di essere sbattuti dentro una struttura sovraffollata carente delle basilari norme igieniche, e di esser costretti a passarvi 180 giorni, senza possibilità di uscire e respirare un po’ di libertà…
Sei mesi di “carcere” per un uomo che non ha commesso alcun reato, se non quello di aggrapparsi alla speranza di avere diritto a un trattamento speciale in virtù di quello status di rifugiato politico che dovrebbe essere tutelato dalle leggi internazionali. Immaginate di aver speso tutti i vostri risparmi e di aver lasciato la vostra famiglia, gli amici e la vostra terra per inseguire questo sogno… e di ritrovarvi in un luogo in cui l’accoglienza è solo un sostantivo utile a completare i nome del centro.
Immaginate tutto questo e adesso ditemi: non sarebbe venuta voglia di manifestare anche a voi?
SOCIETA'
26 settembre 2010
La scissione delle opinioni…
Pubblicato su Camminando Scalzi il 24 settembre 2010 

“Si riaccendono le polemiche su una possibile scelta della Sardegna come sede di una delle centrali nucleari da realizzare in Italia” – si legge tra le notizie ANSA del 18 settembre 2010, nella stessa giornata in cui il noto oncologo
Umberto Veronesi, nella sua recente visita a Cagliari, ha affermato che “i sardi dovrebbero essere contenti se dovesse essere costruita una centrale nella regione. Non ci sono pericoli e la contrarietà al nucleare è solo ideologica, non supportata da argomentazioni scientifiche”.
A rispondere al caro Veronesi è bastata l’ultima puntata di “Presadiretta”, la trasmissione di Riccardo Iacona che è andata in onda su Rai 3 domenica 19 settembre, interamente dedicata al nucleare. Un viaggio tra i tanti Paesi europei che da tempo hanno scelto di sfruttare l’uranio come fonte d’energia, e che quotidianamente si ritrovano a fare i conti con gli effetti collaterali dell’atomo…

Il servizio comincia da Kromberg, in Germania, con una terrificante intervista a una madre di famiglia residente in una casa costruita nei pressi di una centrale nucleare. “In questa zona – afferma la donna – tra le persone che conosco ci sono ben quattro famiglie in cui vi sono stati dei casi di leucemia infantile”, e risulta difficile pensare che sia stata solo una coincidenza, considerata la rarità della malattia.

A Sellafield (in Inghilterra) una madre intervistata affermava che “la centrale scaricava in mare materiale radioattivo (scorie liquide) all’insaputa degli abitanti della zona”, che inconsapevoli portavano i propri figli a fare il bagno in quelle stesse acque contaminate.
“Secondo le stime – ha affermato il giornalista durante il servizio – nel Mare d’Irlanda oggi dovrebbero esservi depositati circa 200 kg di plutonio, lungo le coste di un paese in cui già dagli anni cinquanta si parla di latte radioattivo.

In Francia, nella Terra di San Pier, da una misurazione “CRIRAD” (Commissione di ricerca e informazione indipendente sulla radioattività) è stata ritrovata una quantità enorme di “Yellow cake” (uranio concentrato) nel sottosuolo di terreni edificati e abitati da diverse famiglie.
È la stessa Francia che ora sta sperimentando la costruzione delle nuove centrali EPR, di ultimissima generazione. Prototipi attualmente inesistenti, che il Governo italiano prevede di acquistare in caso di investimenti sul nucleare. Un “esperimento” che già in Francia ha portato a ritardi di oltre tre anni, con costanti negligenze di costruzione, tra saldature ultimate senza supervisioni e ritardi nell’arrivo dei progetti.

Il servizio di “Presadiretta” si è poi concluso parlando della miniera di Hasse, nella bassa Sassonia. Una cava scelta per il deposito delle scorie, escludendo la possibilità che in una miniera di sale potesse arrivare l’acqua, sebbene le recenti infiltrazioni che rischiano di far crollare la miniera provino l’esatto contrario. Oggi una grande “A” di legno simboleggia l’avviso “Achtung” (Attenzione) all’ingresso della città, dove i cittadini vivono nella costante paura che possa accadere il peggio e che quelle scorie possano raggiungere le falde acquifere contaminando l’acqua potabile. Nel frattempo politici e scienziati si arrabattano nella ricerca di una soluzione, e le attuali stime prevedono almeno dieci anni di lavori e un costo di minimo due miliardi di euro…

Siamo davvero sicuri che si tratti semplicemente di “contrarietà ideologica”?
SOCIETA'
10 luglio 2010
Il golfo mediterraneo del petrolio…

Foto di Gianfranco Puggioni 

Pubblicato su Camminando Scalzi il 28 giugno 2010 
e su Lo Schermo il 31 luglio 2010

Il 21 aprile 2010 un’esplosione ha causato un incendio nella piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, situata al largo della Louisiana. Ora dopo ora, per oltre un mese, milioni di litri di greggio si sono riversati sull’oceano causando un incalcolabile disastro ambientale.
Una tragedia senza precedenti, che con la sua catastrofica eccezionalità si somma a quell’insieme di silenziosi ed impercettibili danni che quotidianamente si consumano fra le diverse aree del mondo delegate all’estrazione o al trattamento del petrolio.

Come ha scritto Anna Pacilli nell’articolo pubblicato da “Carta” il 4 maggio 2010 “L’inquinamento del mare deriva dall’estrazione come dal trasporto del petrolio, anche in assenza di incidenti. […] Nel Mediterraneo operano quotidianamente 300 petroliere, che per compiere gli ordinari cicli operativi della navigazione [lavaggio delle cisterne, scarico delle acque di zavorra e di sentina ecc.] causano il cosiddetto «inquinamento volontario» sversando in mare 600 mila tonnellate di idrocarburi ogni anno”. E il 40 per cento dei traffici di petrolio nel Mediterraneo si concentra nei porti italiani, in particolare in quello di Cagliari, sulla stessa costa della Sardegna dove nel 1962 Angelo Moratti fondò la Saras s.p.a., la raffineria di petrolio che assieme alla Polimeri Europa, Sarlux, Sasolo, Air Liquide ed Enichem oggi compone uno dei poli petrolchimici più grossi del continente europeo.

Sarroch è il comune che ospita questo enorme stabilimento: un paese di circa 6000 abitanti situato in provincia di Cagliari, in un territorio dove i tanti posti di lavoro garantiti hanno prevalso sulla tutela dell’ambiente, del patrimonio paesaggistico e sulle condizioni di salute degli abitanti della zona.
Nel film-documentario “Oil” (2008), di Massimiliano Mazzotta, gli effetti dell’impianto petrolchimico sulla qualità della vita dei cittadini di Sarroch sono ampiamente documentati. La pellicola riporta, fra le altre cose, l’autorevole e preoccupante dichiarazione del ricercatore fiorentino Annibale Biggeri, uno degli autori del rapporto “Ambiente e salute nelle aree a rischio della Sardegna” voluto dall’assessorato all’ambiente della Regione e pubblicato sul sito www.oil.it. Un progetto presentato nel novembre del 2007, a cui ha collaborato anche l’amministrazione comunale di Sarroch, che già dal 2006 ha deciso di promuovere il programma “Sarroch Ambiente e Salute”. All’interno del documentario, esponendo i risultati delle proprie ricerche, il professor Biggeri evidenzia i risultati di uno studio bio-molecolare sui bambini di Sarroch, da cui emerge che l’esposizione alle varie sostanze rilasciate dal polo petrolchimico nell’ambiente hanno comportato un danno al DNA dei bambini, considerato potenzialmente reversibile ma comunque un danno al DNA.

Appare molto preoccupante anche la dichiarazione di Claudia Zuncheddu, medico e consigliere regionale sardo: “Voglio parlare da operatore sanitario e non da politico quando spiego le drammatiche condizioni di salute della popolazione che vive attorno a zone di interesse industriale. Il problema è che in alcuni territori come Sarroch, le modifiche lente e progressive che si stanno già evidenziando sul corredo genetico dei bambini andranno evolvendosi, e le generazioni future saranno molto più predisposte a certe malattie”. Per testimoniare questa preoccupante dichiarazione la dottoressa Zuncheddu espone i risultati di un recente studio condotto su un campione di bambini di Sarroch e di Burcei, che distano di appena 40 km, i cui risultati hanno dimostrato che le condizioni di salute dei due paesi sono molto diverse: “mentre i bambini di Burcei denotano buone condizioni, i bambini sarrocchesi manifestano percentuali altissime di asma, riniti ed allergie di vario genere”. Le dichiarazioni della dottoressa Claudia Zuncheddu sono anche sostenute dal “Progetto Sarroch Ambiente e salute”, pubblicato nel 2007 dalla stessa amministrazione comunale. Il documento dimostra che, in un confronto tra 275 bambini di Sarroch e 213 bambini di Burcei relativo al periodo compreso tra gennaio e giugno 2007, si registrano importanti differenze riguardo ai sintomi asmatici, che caratterizzano il 25,5% del gruppo sarrocchese contro il 5,2% dei burceresi, mentre i valori sono risultati sostanzialmente uguali nella diagnosi dei sintomi infiammatori relativi all’apparato respiratorio, come mostra la tabella n°1.




“A ciò si aggiunge – prosegue Claudia Zuncheddu – il considerevole aumento di patologie tumorali negli adulti, a partire dai tumori gastrici, polmonari e tiroidei, per proseguire con un incremento di linfomi, leucemie, tiroiditi e melanomi: patologie che si manifestano con drammatica frequenza intorno alle zone interessate da poli industriali”.
Nel rapporto sullo stato di salute dei sarrocchesi, in effetti, vengono prese in esame le percentuali di mortalità in un periodo di 20 anni, dal 1981 sino al 2001, tenendo conto anche delle condizioni socioeconomiche dei residenti. I risultati di tale studio evidenziano che la percentuale di mortalità nella popolazione sarrocchese è inferiore alla media regionale, ma tenendo conto dei decessi per patologie tumorali si nota un incremento del 4% per gli uomini e del 2% per le donne, nel corso dei 20 anni analizzati. Statistiche che non appaiono allarmanti, salvo tenere conto del fatto che tra il 2001 e il 2003 i ricoveri ospedalieri per gli uomini ammalati di tumore hanno avuto un’impennata di 17 punti percentuale rispetto alla media regionale, e a ciò si somma la preoccupante casistica di decessi per malattie respiratorie intercorsi durante i 20 anni esaminati, che registra un aumento del 16% per le donne e un 3% per gli uomini. Riguardo ai casi di tumore, gli studi dimostrano che per i soggetti di sesso maschile sono più frequenti i decessi correlati a leucemie e patologie tumorali del fegato, del polmone, della pleura, del sistema nervoso centrale e del sistema ematopoietico. Tra le donne, invece, si sono verificati più decessi rispetto alla media regionale, per leucemie e tumori allo stomaco e all’utero.

Tali statistiche si ricollegano facilmente allo studio condotto dall’amministrazione comunale di Sarroch per analizzare la percezione del rischio da parte degli abitanti della zona, che evidenzia quanto tale problematica sia avvertita dalla popolazione residente. L’indagine, condotta tra marzo e aprile del 2008, dimostra che su un campione di 221 intervistati, circa l’80% ritiene che tutta la popolazione corra un rischio più alto della media di ammalarsi di tumore, e il 90% pensa che abitare a Sarroch esponga i bambini ad un rischio maggiore di soffrire di disturbi respiratori e di bronchiti.
G. F. è un ragazzo della zona che preferisce mantenere l’anonimato, ha 29 anni e conferma il timore degli abitanti del paese: “Qui non si muore più di vecchiaia. Basta fare un giro in cimitero per accorgersi che la maggioranza dei decessi degli ultimi anni hanno colpito persone giovani, a causa di tumori, leucemie o infarti improvvisi. Qui l’aria è irrespirabile e in certi giorni dalla raffineria fuoriesce un fumo nero che aumenta ulteriormente la puzza di zolfo che si respira. Accade soprattutto di notte, perché il fumo si vede meno ed è probabile che la raffineria incrementi la produzione”.
La scarsa qualità dell’aria è peraltro comprovata dalle rilevazioni ottenute mediante il confronto tra i valori di Sarroch e Burcei, condotte per verificare la diffusione di alcuni inquinanti nell’ambiente. I dati evidenziano che i valori minimi di anidride solforosa, biossido di azoto e benzene riscontrati nell’aria di Sarroch corrispondono approssimativamente ai valori massimi rilevati a Burcei, come riportato nella tabella n°2:




Ciononostante il 30 aprile scorso l’allora ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, ha rilasciato a Shell Italia l’autorizzazione ad effettuare nuove ricerche petrolifere offshore nel Golfo di Taranto, continuando ad assecondare una fonte di energia che oltre ad essere in via di esaurimento si rivela ogni giorno più dannosa, sia per l’ambiente che per la salute di chi lo abita…
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