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CULTURA
16 gennaio 2011
La redazione di Camminando Scalzi intervista Luca Telese

Pubblicata su Camminando Scalzi  il 22 dicembre 2010

Abbiamo intervistato
Luca Telese , attualmente giornalista de “Il Fatto Quotidiano” e di La7, che ci ha concesso una piacevole chiacchierata sui temi a noi cari della libertà di informazione e del mondo del giornalismo in Italia. Telese ha lavorato per dieci anni al Giornale, per poi passare al quotidiano diretto da Antonio Padellaro, oltre a essere autore televisivo (Chiambretti c’è, Batti e Ribatti, Cronache Marziane), conduttore di Tetris, si occupa anche della collana Sperling&Kupfer “Radici nel presente”, dedicata a vicende storico-politiche scomode.
Qui trovate il suo sito ufficiale e qui il suo blog su ilfattoquotidiano.it

Camminando Scalzi: Nella biografia di wikipedia a te dedicata si legge che sei stato “giornalista parlamentare ed ex portavoce del partito Rifondazione Comunista e poi nell’ufficio stampa del Movimento dei Comunisti Unitari” e che il 21 agosto 2008 ti sei definito “un comunista italiano a lungo impegnato in un giornale di destra”. Potresti raccontarci come sei riuscito a conciliare la linea editoriale del quotidiano in cui hai lavorato per 10 anni (Il Giornale) e le tue personali opinioni politiche?
Luca Telese: Quando sono entrato al Giornale ero dichiaratamente di sinistra; sapevano come la pensavo, e quindi mi hanno preso dicendomi “a te garantiremo la libertà di scrivere quello che pensi, non ti imbavaglieremo, perché di giornalisti di destra ne abbiamo già tanti”. Inoltre io facevo cronaca, non facevo editoriali. Raccontavo tendenzialmente quello che vedevo. C’è una cosa che spiego sempre, cioè che la libertà di stampa è una condizione soggettiva. Al Corriere della sera, dove ero prima, con un contratto che scadeva ogni tre mesi, ero oggettivamente più libero ma anche oggettivamente meno libero. Se invece sei in un giornale più schierato (come il Giornale), però ti hanno preso, ti hanno voluto e ti hanno fatto un contratto a tempo indeterminato, è il loro interesse che tu funzioni, non hanno interesse a imbavagliarti.

CS: Uno dei principi cardine della professione giornalistica è l’obiettività. Dalla tua esperienza personale ritieni che sia davvero possibile, per un giornalista, scegliere la notizia e raccontarla in modo neutrale e oggettivo?
LT: Non esiste la neutralità perché ogni racconto è per definizione soggettivo. Esiste la possibilità di essere onesti nel racconto che si fa ed esiste la possibilità di spiegare ai lettori, raccontare insieme a quello che si vede qual è il proprio punto di vista, qual è il proprio modo di vedere le cose. Quindi non è oggettivo, ma è onesto, questa è la grande differenza. Ovviamente ci deve essere un minimo di aderenza ai fatti, e c’è gente che viola anche quella. Ma tolta questa, c’è proprio un bisogno di raccontare. Io racconto quello che vedo e dico come lo vedo e perché.

CS: Il principio di obiettività si scontra molto spesso anche con le scelte editoriali del giornale per cui si scrive. Nel corso della tua carriera giornalistica hai mai subito pressioni politiche o censure?
LT: Sono stato licenziato più o meno sei volte, e ognuno di questi licenziamenti era una censura non riuscita. Quindi c’era una reazione, o il prodotto di una fama di rompicoglioni che uno si fa. I licenziamenti che ho avuto sono le censure che non ho accettato, diciamo.

CS: Dall’esterno il Fatto Quotidiano viene percepito come un giornale innovativo, perché non accetta finanziamenti pubblici ed è esclusivamente finanziato dalle vendite, dalla pubblicità e da una SpA realizzata ad hoc, dove ciascun azionista non può possedere oltre il 16% delle azioni complessive (per evitare che vi sia un azionista di maggioranza). Trovi che questa formula riesca a garantire una maggiore libertà al giornale? Per la tua personale esperienza, ad esempio, hai riscontrato delle differenze quando sei passato da Il Giornale (di proprietà della famiglia Berlusconi) a Il Fatto Quotidiano?
LT: Ho lasciato Il Giornale, in cui avevo un’ottima condizione personale, per poter costruire un giornale in cui ci fosse un’ottima condizione collettiva. Il Fatto è il primo giornale che io conosca, tra i tanti in cui ho lavorato, dove non c’è il cono d’ombra. Cioè il luogo buio dove non puoi scrivere, che è dove risiede la proprietà del giornale. Al Fatto questa cosa non c’è.

CS: Il giornalista Giuseppe Altamore nel libro “I padroni delle notizie”, ha scritto che la maggior parte degli introiti delle società editoriali oggi provengono dagli inserzionisti pubblicitari e che questo influenza molto le scelte dei direttori delle testate. Ritieni che abbia ragione? Pensi che, in un periodo di crisi della carta stampata, anche un giornale indipendente come il Fatto Quotidiano potrebbe cedere alle pressioni degli inserzionisti?
LT: Nel nostro caso non possiamo cedere perché già siamo un giornale che macina utili in maniera prodigiosa. Noi non abbiamo in questo momento nessun problema. Anche se avessimo pubblicità zero avremmo comunque dei profitti. Siamo un’isola felice e non abbiamo problemi di inserzioni. Non risentiamo della crisi. Siamo anche molto morigerati: avevamo un obiettivo di pareggio molto basso proprio perché non volevamo essere dipendenti da nessuno.

CS: Pensi che la libertà d’informazione in Italia sia compromessa dal noto conflitto d’interessi del premier Silvio Berlusconi? E come spieghi il fatto che la Freedom House ci collochi sempre in posizioni bassissime sul fronte della libertà di informazione?
LT: Sicuramente il conflitto di interessi è un grave vulnus che dovrebbe essere aggirato, ed è una delle coglionerie (sic) del centro-sinistra, una di quelle per cui si passa alla storia, il fatto di non aver cancellato il conflitto di interessi con una legge. È importante però anche dire che non è che Berlusconi vince perché ha le televisioni. Berlusconi vince perché è più convincente degli addormentati del centro-sinistra. Il conflitto di interessi c’è, e il tentativo di Berlusconi di controllare l’informazione anche. Anche i democristiani controllavano l’informazione, certo non con la scientificità. Si potrebbe battere Berlusconi anche se avesse sei canali. Detto questo, il conflitto di interessi c’è ed è una zavorra pesantissima per chiunque lavora nei giornali di Berlusconi. Il fatto che io fossi libero quando ero al Giornale è perché non scrivevo di Berlusconi. Se avessi scritto di Berlusconi sarei stato molto colpito dal conflitto di interessi. Il mio modo per ritagliarmi la mia libertà al Giornale era non scrivere di Berlusconi.

CS: Cosa pensi dell’Ordine dei giornalisti e del fatto che l’Italia sia uno dei pochissimi paesi europei ad averne uno? Tenendo conto delle svariate problematiche che affliggono il giornalismo italiano, ritieni che l’Ordine sia realmente in grado di tutelare la libertà di espressione dei giornalisti e il diritto di buona informazione dei lettori?
LT: Purtroppo l’Ordine in Italia è un apparato burocratico che solo ogni tanto si ricorda di quale dovrebbe essere la sua funzione. Amministra tendenzialmente dei fondi previdenziali (male), amministra una cassa sanitaria (male), e ogni tanto si ricorda di fare le grandi campagne in difesa della libertà di stampa. È un’anomalia che non è giustificata dal modo in cui lavorano.

CS: Il futuro dell’Informazione: ci troviamo in un’epoca in cui il giornalismo cede ogni giorno di più il passo a un’informazione dal basso, libera. La gente sta imparando a crearsi il proprio giornale virtuale, ed è una realtà che prende sempre più piede, con veri e propri scoop (vedi Wikileaks). Come dovrà evolversi il giornalismo tradizionale per sopravvivere?
LT: Il giornalismo tradizionale può sopravvivere se si rinnova. Se perde la presunzione di superiorità, se perde la sua assoluta capacità di appiattirsi sul potere, cosa che in questo momento non sembra abbia la minima intenzione di fare. Poi si dice la cazzata epocale “c’è la crisi ai giornali perché c’è Internet”. Il Fatto è un giornale che è nato da internet, è arrivato sulla carta dopo essere nato come sito. C’è sempre un enorme spazio di mercato per la carta. Quindi se i giornali si rinnovano e diventano interessanti hanno tutta la possibilità di vendere e guadagnare consensi e credibilità dai lettori. Non lo fanno; anzi fanno esattamente il contrario, di questi tempi. I giornali sono macchine di tristezza, sono chiusi a qualunque rinnovamento. Se arriva un giovane deve essere iperprecario e il babbione che sta accanto a lui deve guadagnare il doppio, sennò non funzionano, i giornali.

CS: Giovani e giornalismo. Una domanda secca e concisa: quale futuro c’è per i giovani che vogliono intraprendere questa carriera?
LT: Intanto dico di non cedere alla committenza. Tendenzialmente nei primi vent’anni della tua carriera tutto quello che ti chiedono è sbagliato, quindi uno dovrebbe fare il contrario. Quando entrai nei giornali mi chiedevano le cose che non mi piacevano e che non sapevo fare e che neanche a loro servivano; è proprio un esercizio sadico che i giornali di oggi fanno e che la generazione dei bolliti cinquanta-sessantenni tende ad applicare. Semplicemente loro ammazzano tutto quello che si muove, sono invidiosi del gap generazionale. Sono meno preparati e più cialtroni, quindi l’unico modo che hanno per dominare la nostra generazione e le successive è nonnizzarle; questa è la costante dei giornali italiani: analfabeti, impreparati, hanno studiato poco, tiravano il libretto agli esami, hanno un’idea vecchia del potere, quindi per loro il giornale non è manco la questione di fare il giornale, ma un luogo di potere. I giovani dovrebbero rifiutare tutti gli input, dato che tutto quello che ti chiedono è sbagliato. Dovrebbero formarsi per cazzi propri sulle cose che ritengono importanti (scusate la crudezza oxfordiana). E soprattutto crederci, perché alla fine ci si arriva. Tolti i servi e i raccomandati, in giro c’è una tale quantità di brocchi che alla fine si fa carriera.

CS: Ti ringraziamo per il tempo che ci hai dedicato.
LT: Grazie mille a voi tutti.
SOCIETA'
25 maggio 2010
In mala Fede

Pubblicato su Camminando Scalzi il 15 maggio 2010

A volte mi chiedo come si possa avere così poco rispetto di sé stessi. Come durante uno dei fantastici
Tg4 di Emilio Fede (9 maggio), quando il celebre “presentatore di tg” è affondato in quel barile ricolmo di bava in cui sguazza da tempo. Lo show è cominciato con una notizia riguardante il ministro alla Cultura Bondi e la sua decisione di non partecipare al Festival di Cannes in segno di disapprovazione verso il nuovo film di Sabina Guzzanti: “Draquila”. Un titolo che rappresenta un ironico gioco di parole in richiamo al nome della città abruzzese colpita dall’ultimo disastroso terremoto, in un film-documentario che approfondisce gli errori e le negligenze commesse dal Governo e dalla protezione civile durante la ricostruzione.
“Draquila, Draiaquila… Insomma Draia qualcosa…”, ha affermato Fede, improvvisandosi in un divertentissimo sketch che esalta la sua già nota professionalità giornalistica. È seguito un inaspettato e incomprensibile sfogo accusatorio contro Roberto Saviano, perché “non è lui che ha scoperto la lotta contro la Camorra e non è lui il solo che l’ha denunciata. Ci sono registi autorevoli, c’è gente e ci sono magistrati che l’hanno combattuta e sono morti. Lui è superprotetto e sempre deve essere protetto. Però come dire… Non se ne può più. Voglio dire di sentire che lui è l’eroe. L’hanno fatto in tanti senza rompere… Cioè scusate, volevo dire, senza disturbare la riflessione della gente”… Fede prosegue parlando dei “bei soldini” che Saviano sta facendo con la vendita dei suoi libri e delle sue “copertine”, in un pietoso spettacolo che simboleggia un perfetto esempio di pessima informazione.

Una escalation di accuse e sentenze che troppo spesso capita di sentire nei confronti di persone che, come il noto scrittore di Gomorra, trovano il coraggio di esporsi nel tentativo di realizzare qualcosa di buono. Per rispondere a simili illazioni sono sufficienti le parole pronunciate dallo stesso Saviano durante la puntata di Che tempo che fa dell’11 aprile. “L’Italia è un Paese cattivo”, ha affermato il famoso giornalista portando alla memoria le parole di un giovane ragazzo intervistato dopo la “strage di Castel Volturno” dell’omonima città campana. 

Saviano ha spiegato il senso di quella frase descrivendo uno degli aspetti più tristi della mentalità di questo Bel Paese, perfettamente simboleggiato nella deplorevole sceneggiata di Emilio Fede e dalle troppe persone che purtroppo la pensano come lui. Accecate dalla diffidenza nel genere umano e dall’incapacità di comprendere chiunque trovi la forza di opporsi alla troppa merda che ci circonda, si dimenano in quell’inspiegabile bisogno di scovare il secondo fine in chiunque tenti di emergere dall’indifferenza priva di iniziativa che contraddistingue la maggioranza. Quelle troppe persone trasformate in una massa indefinita di automi che osserva passiva le ingiustizie che la circondano appigliandosi alla semplicità del vivere la propria vita fregandosene di tutto il resto, “perché tanto funziona così”…

L’Italia è un Paese cattivo, ha spiegato Saviano – “dove per ‘cattivo’ si intende che quando i propri diritti non possono essere realizzati, quando la propria aspirazione non può essere realizzata, quando tutto diventa impossibile, chi fa è avvolto da un’aurea di diffidenza. Questa sorta di comportamento cinico che ha una gran parte di giornalisti, nel dire… Ma dietro tu cosa nascondi?”.
“Questo – ha proseguito – sta in realtà distruggendo la possibilità di questo Paese di avere fiducia nelle parole, fiducia nelle persone. E ora sia chiaro che non devi opporre al modello che esiste in politica o in televisione un modello di santità. Ma chi vuole essere un santo? Ognuno ha le sue contraddizioni. Tutti hanno debolezze e tutti hanno i loro interessi. Ma non tutti gli interessi sono uguali. Non tutte le debolezze sono debolezze criminali o perversioni. Questo bisogna far passare, invece quello che vogliono dirti, soprattutto una parte, è che siamo tutti uguali. Tutto è uno schifo. Tutti vogliono parlare per soldi. Io in questo momento il motivo per cui sto parlando è che voglio vendere il libro. Dal momento in cui questo è ciò che vogliono farti passare, stanno dicendo all’Italiano: sono tutti uguali, abbassa lo sguardo e rispetta chi è più bandito degli altri perché anche tu vorresti essere bandito così”.

“Il sogno delle mie parole – ha concluso il giornalista – è di cercare di dire che non è così. Possiamo essere diversi. C’è un Paese che è diverso. Con le sue debolezze e le sue contraddizioni, ma il Paese in cui mi riconosco non è un Paese che abbassa gli occhi e che considera tutti uguali”.
È un’Italia che ha voglia di cambiare e che, come Roberto Saviano, è anche pronta a esporsi e mettersi in discussione pur di urlare al mondo quello che pensa.
LAVORO
30 luglio 2009
Qualcuno era giornalista perché...


Siamo partiti con la sagra del totano fritto e abbiamo concluso, in bellezza, col boom del gelato nel mese di luglio, che fa sempre un certo scalpore...

Testuali parole: “Sulla scia del servizio che hanno dato al TG2, si fa un bel pezzo sulle gelaterie e sul fatto che, in controtendenza rispetto alla crisi economica, le vendite di gelato sono in aumento”.

Il mio sguardo era vuoto e spento, mentre l'autocontrollo raccoglieva tutte le sue energie per evitare che le emozioni del mio subconscio esplodessero, lasciando trapelare qualche smorfia di imbarazzo al pensiero di quello che avrei dovuto fare.
La parte stronza di me suggeriva di scoppiare in un'euforica risata, per poi comunicare alla redazione che quello sarebbe stato il mio ultimo minuto all'interno di quel giornale, ma coscienza e buonsenso hanno preso il sopravvento su quella decisione.
“Chi ti credi di essere? - mi sussurrava una vocina interiore – Fai questo servizio e poi inventati qualcosa per andare via senza offendere i sentimenti di nessuno”.

E così è stato! Armata di taccuino faccio un giro delle gelaterie per raccogliere la dichiarazione di qualche commerciante sull'andamento della stagione: “La mattina prepariamo il gelato nel laboratorio – mi risponde la maggioranza di loro - non possiamo stare qui a rispondere alle tue domande. Magari ripassa nel pomeriggio”.

Orgoglio e autostima hanno oramai fatto i bagagli, ma la redazione insiste per fare il pezzo e nel pomeriggio torno sui miei passi: un respiro profondo per scaricare il nervosismo e la frustrazione, e alla fine raccolgo le tanto agognate dichiarazioni dei gelatai, per sentirmi dire che la vendita del gelato è direttamente proporzionale all'aumento delle temperature e che infondo costa molto meno di qualunque altro prodotto si possa consumare in un bar, per cui è improbabile che risenta troppo della crisi.

Lo scoop è pronto! Un'intera giornata di “lavoro” dedicata al boom del gelato, ma adesso ogni cosa è più chiara e definita, e la mia consapevolezza è cosciente di ciò che bisogna fare. Sto lavorando gratis per fare una cosa che non mi piace e che non mi sta insegnando nulla di nuovo. Adesso preparo i bagagli: un mese al bar per raccogliere qualche soldino e ripartire a settembre alla ricerca di un lavoro che mi garantisca un minimo di gratificazione.

Ci sono tanti modi di fare il giornalista: si può decidere di assecondare le vendite e consegnare al pubblico una lettura leggera e divertente per far passare il tempo, oppure pensare all'informazione come “il IV potere”, quello che dovrebbe aiutare i cittadini a prendere decisioni pubbliche e politiche con maggiore consapevolezza.

Adesso sono cosciente dell'unica tipologia di giornalismo che vorrei praticare, e se non posso farlo a modo mio, meglio cambiare mestiere...

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permalink | inviato da Fidanzata di chi?? il 30/7/2009 alle 10:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
SOCIETA'
18 gennaio 2009
I nuovi moralizzatori


Oh Santoro, Santoro... Perché sei tu Santoro?
Perché sei sempre tu ad essere nel mirino delle critiche?
Perché sono sempre io a non riuscire ad accettare le critiche di certe persone?

Un Cicchitto che esorta alla censura facendo il moralista, dimenticandosi del suo passato come tesserato della P2 e membro del PSI craxiano sino allo scandalo di Mani Pulite...
Un Petruccioli che muove critiche severe, dimenticandosi che nel 2007 era stato sfiduciato dalla Commissione di Vigilanza Rai perché considerato responsabile della grave condizione economico-finanziaria, industriale e strategica in cui versava l'azienda...
Un Fini che parla di indecenza attorniato da bandiere israeliane, dimenticandosi di essere stato il delfino di Giorgio Almirante, uno dei firmatari del “Manifesto della razza”, documento che ebbe un ruolo abbastanza rilevante nel sollecitare la promulgazione delle leggi razziali contro gli ebrei nel periodo fascista...

E adesso ditemi: perché non riesco ad ascoltare le loro opinioni senza diventare scontrosa e irascibile?

Santoro non è il giornalista perfetto, e nel suo programma traspaiono chiaramente le sue idee e le sue opinioni. Ha scelto di raccontare la tragedia di Gaza tramite delle immagini, delle dichiarazioni e delle interviste, anche sbagliando, ma comunque tentando di fornire una certa varietà di punti di vista. Avrà anche commesso un errore nell'accusare Lucia Annunziata di “cercare dei meriti”, ma probabilmente anche lei avrebbe potuto concentrarsi maggiormente sul tema della trasmissione (Gaza), contribuendo a garantire una maggiore pluralità di informazione piuttosto che professarsi a paladina della critica al programma...

Santoro non è il giornalista perfetto e di errori ne commette certamente tanti...
L'importante è che, nel tentativo di eliminare questi errori, non si tenti di cancellare un principio fondamentale: la libertà di espressione!
CULTURA
6 ottobre 2008
Ascoltare la radio in piazza...



Dal 3 al 5 ottobre si è tenuto, a Ferrara, il festival della rivista “Internazionale”, il settimanale diretto da Giovanni De Mauro che raccoglie articoli dai giornali di tutto il mondo e li traduce in italiano, per permettere ai suoi lettori di avere un'informazione cosmopolita e sovranazionale, ed avere anche la possibilità di conoscere l'Italia raccontata ed interpretata da un punto di vista “esterno”.
E' un periodico estremamente valido e degno di nota per le sue eccezionali firme, sia straniere che italiane: da Noam Chomsky a David Randall, da Tullio De Mauro a Loretta Napoleoni.

L'Internazionale Festival 2008 doveva essere un'occasione per poter passare "un weekend con i giornalisti di tutto il mondo", per conoscere ed incontrare alcune tra le tante autorevoli firme di questo prestigioso settimanale. Era un evento molto atteso dai suoi numerosi lettori di tutta Italia, me compresa, e considerando che già nel 2005 la rivista vantava una diffusione di 45.000 copie, gli organizzatori dell'evento si sarebbero dovuti aspettare una cospicua affluenza di gente. Basti pensare che già lo scorso anno, durante la prima edizione dell'evento, approdarono a Ferrara circa 17.000 persone. E' una cifra che, pur se distribuita nell'arco di 3 giorni, necessita di un'organizzazione nettamente superiore a quella che è stata messa in atto nella meravigliosa cittadina emiliana.

Un considerevole numero di persone ha speso soldi, energie e tempo libero per poter assistere a questo fantastico avvenimento, ma in realtà solo in pochi hanno avuto la possibilità di passare un "weekend con i giornalisti di tutto il mondo"
Domenica ho potuto assistere all'incontro con Leo Hickman solo perché un mio ADORABILE amico si è fatto oltre un'ora di coda per prendere posto all'interno della sala in cui si teneva l'appuntamento. E pensate a tutti quelli che hanno fatto ore di treno e di fila e che poi si sono sentiti dire: “Spiacente, ma i posti sono terminati... Sarà comunque possibile ascoltare l'audio dell'incontro nella piazza esterna alla sala”.

Eccellente! Ti accomodi a terra per un'ora, ascolti una voce che ti parla inglese per 5 minuti e poi ne ascolti un'altra che, per altrettanti minuti, ti fa la traduzione in italiano. Si chiama traduzione CONSECUTIVA, che si differenzia dalla traduzione simultanea perché... fa perdere molto più tempo! Chissà quanti si saranno detti: "E pensare che avrei potuto seguire la diretta da casa, collegandomi al sito glooc.tv"... Sempre meglio che stare buttati a terra a fissare il vuoto, senza neppure un maxi-schermo in cui guardare gli incontri coi giornalisti.
Un'esperienza tipo... ascoltare la radio in piazza!

13 settembre 2008
Un sogno come tanti...

Una ragazza come tante, con un sogno come tanti... 
Crede che il giornalismo sia il “contro-potere” dei cittadini comuni nei confronti del potere economico e politico. L'informazione come arma di difesa, che permette di acquisire consapevolezza quando si devono fare delle “scelte”... 

Una ragazza come tante, con un sogno come tanti...
Un giorno fa un colloquio positivo e riesce ad entrare in una redazione per uno stage gratuito. Un piccolo giornale, pochi redattori e qualche collaboratore. Una piccola città, senza grandi problemi, dove sembra che tutto funzioni meglio di qualunque altro posto al mondo...

Una ragazza come tante, con un sogno come tanti...
Ha una grande voglia di imparare, la consapevolezza di non sapersi muovere in una realtà a lei totalmente sconosciuta, e l'umiltà per accettare di scrivere articoli stupidi e banali, soffocando orgoglio e autostima... 
“Cosa pretendevi? - le dicono tutti – Pensavi di cominciare occupandoti della questione israelo-palestinese?”.

Ma il tempo passa, e il suo amor proprio soffre in quel ruolo dimesso e remissivo, e sente che non potrà resistere a lungo...
E' possibile imparare la professione giornalistica stando sempre chiusi in redazione a fare copia-incolla di comunicati e ansa sul sito del giornale? E' possibile imparare scrivendo, molto raramente, qualche pezzo “ridicolo” sulla carta stampata?

La ragazza come tante si sente esclusa da quel mondo di “giornalisti” che non si rendono conto della rilevanza sociale della loro professione...
Ma un giorno chiamano in redazione. Una grossa azienda della zona è fallita, c'è stato un concordato e ci sono dei creditori che riceveranno solo il 2,82% delle spettanze. Lo sfogo telefonico di un imprenditore lamenta il problema e racconta la propria esperienza, e la ragazza come tante scrive un articolo, breve, perché non è considerato un tema molto importante. Ma il giorno dopo apre il giornale, e il suo pezzo non c'è: è stato sostituito con un INTERESSANTISSIMO trafiletto sulla potatura degli alberi...

Perché?” domanda la giovane stagista.
Ha chiamato il presidente della Confartigianato,- risponde il redattore che si occupava della pagina - Si lamentava per tutti i reclami apparsi sull'argomento, e siccome è un tema di cui non gliene sbatte nulla a nessuno, l'ho levato perché non voglio rotture di palle!”...

La ragazza come tante non vuole credere a ciò che ha sentito... Il suo respiro diventa improvvisamente affannoso, il suo battito cardiaco comincia gradualmente ad accelerare, e quell'orgoglio soffocato per troppo tempo travolge, in un istante, ogni barlume di ragione, pazienza e umiltà...

“Non è vero che non gliene frega nulla a nessuno! Con tutte le CAZZATE che pubblicate su questo giornale, quel pezzo era uno dei più decenti! E poi, da quando in qua è il presidente della Confartigianato a stabilire ciò che deve essere pubblicato?”.

“Va bene! Hai ragione!” risponde il redattore. 
Il suo tono è sostenuto e ha l'aria sufficiente di uno che non vuole stare a sentire le sciocchezze di una povera ingenua.
Infondo è solo una ragazza come tante... 
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