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ISTERIKA!!

SOCIETA'
19 marzo 2011
La dignità scende in piazza

Pubblicato su Camminando Scalzi il 15 febbraio 2011

Se non ora quando? È l’unica domanda che viene da porsi in un momento come questo. Ed è proprio per tale motivo che domenica 13 febbraio oltre 230 piazze italiane si sono riempite di donne e uomini uniti dal bisogno di rivendicare la dignità del genere femminile e dire basta a qualunque forma di discriminazione e sfruttamento.

Dire basta a una rappresentanza politica maledettamente sbilanciata a favore del mondo maschile, e dove il mondo femminile sembra troppo spesso rappresentato da ex igieniste dentali senza passione ed esperienza.

Dire basta a una rappresentazione maschilista e superficiale del genere femminile nei media, dove i culi vengono usati persino per pubblicizzare la marca di uno yogurt e una quinta di reggiseno trova più spazio dello sguardo fiero di una donna che ha qualcosa da raccontare.

Dire basta a un mondo del lavoro dove il tasso di occupazione femminile nel 2010 era uno dei più bassi fra i Paesi Ocse, e dove l’Italia precede solo il Messico e la Turchia. Le donne disoccupate superano il 50% e guadagnano mediamente il 20% in meno degli uomini, a parità di lavoro e posizione professionale. Un trend legato anche all’identificazione della figura femminile come unica responsabile del nucleo familiare, perché in Italia sembra che solo le donne maturino il desiderio di avere dei figli e solo le donne abbiano il dovere di crescerli sacrificando le proprie ambizioni professionali, come spiega “La mamma architetto” Daniela Scarpa su Camminando Scalzi il 13 febbraio.

Dire basta a quei 10 milioni e 485 mila casi di molestie sessuali sul posto di lavoro, risultanti da un’indagine indagine ISTAT pubblicata nel 2010, condotta su un campione di 24.388 donne di età tra i 14 e i 65 anni, da cui è risultato che il 51,8 per cento delle intervistate abbiano “subito nell’arco della loro vita ricatti sessuali sul lavoro o molestie in senso lato come pedinamento, esibizionismo, telefonate oscene, molestie verbali e fisiche”.

Dire basta a quel 31,9% di donne italiane che nel corso della loro vita sono state, almeno per una volta, vittime di violenza fisica o sessuale. (Dato ricavato da una indagine ISTAT del 2006, su un campione di 25 mila donne tra i 16 e i 70 anni intervistate su tutto il territorio nazionale).

Dire basta a chi continua a mettere in discussione i diritti duramente conquistati nel corso della storia, come ha fatto Giuliano Ferrara, che dopo essersi fatto promotore della campagna “No aborto” nel 2008, oggi accusa i sostenitori di queste manifestazioni di dissenso di essere giacobini, neo-puritani e moralisti.

Dire basta all’europarlamentare Iva Zanicchi e alle sue assurde dichiarazioni pseudo-cattoliche sul “Gesù proteggeva le prostitute e diceva ‘chi è senza peccato scagli la prima pietra’”, come se proteggere significasse pagare settemila euro a prestazione sessuale (anche se minorenne), regalare farfalline di Swarovski e offrire incarichi pubblici a persone di dubbia competenza politica.

Dire basta a tutto questo e a coloro che hanno visto nella manifestazione del 13 febbraio solo una rivolta contro il Presidente del Consiglio e i recenti scandali che lo hanno coinvolto, perché questo movimento va ben oltre Silvio Berlusconi e il suo harem di via Olgettina: la misera rappresentazione di un sistema che oggi non possiamo più fingere che non esista.
LAVORO
18 luglio 2010
Generazione a pochi euro...


Pubblicato su Camminando Scalzi il 10 luglio 2010

Sei volti giovani e combattivi… Sei curricula riempiti da lauree, master, tirocini ed esperienze all’estero.
Sei profili freschi ed energici. Un marasma di progetti in stand by, dove uno stipendio da Servizio civile non concede troppo spazio alle prospettive. Pagano l’affitto con le
433,80 euro che al primo di ogni mese arrivano puntali sul conto corrente, e da tempo hanno smesso di credere lo studio fosse la giusta strada verso il futuro che sognavano di realizzare. Pagano le spese con pomeriggi di baby sitting, volantinaggio e lavoretti occasionali, come un inventario per una grossa catena di abbigliamento spagnola…

Alle 3 del pomeriggio ci ammassiamo insieme ad un accaldato gruppo di persone davanti ad una colorata vetrina del centro di Firenze. Un cartellino attaccato alla maglietta: un nome, un cognome, una data di nascita ambientata negli anni ‘80 e una foto tessera malriuscita, avanzata dalla precedente “esperienza lavorativa”. In tasca la copia di un contratto da 72,26 euro lordi che arriveranno chissà quando.
Il gruppo si allunga in un’ordinata fila indiana verso una stretta stanza del magazzino all’interno dell’edificio. Un responsabile prende la parola per spiegare quale sarà l’attività del team per le prossime sette ore: “Poggiate zaini e borse in un angolo e statemi a sentire. Verrete divisi in gruppi e assegnati ad un capo zona che vi spiegherà il lavoro. Non chiacchierate altrimenti non riuscite a concentrarvi e non si conclude in orario”.

Il mio gruppo viene assegnato ad un’altra stanza del magazzino, verso un altro piano del negozio. La temperatura esterna di 30 gradi appare quasi piacevole rispetto all’afa del luogo, tra finestre chiuse, scaffali colmi d’abiti ed un solo conteso ventilatore al centro dell’angusto spazio. Un piccolo lettore di codice a barre portatile ed un indefinito numero di cartellini da registrare, per un lavoro la cui inconsueta semplicità si alterna all’alienante monotonia. Bip, bip, bip.
Prima di cominciare l’inventario un ragazzo chiede di andare in bagno, “ma ora non puoi proprio andare – risponde la capo zona”. Il calore umano di quell’abbondante dozzina di persone ammassate tra i cunicoli degli scaffali rende l’aria sempre più irrespirabile, mentre rivoli di sudore si rincorrono senza sosta attraversando la pelle già umida.
“Posso andare a prendere l’acqua dal mio zaino al piano di sotto? – chiede una ragazza con sguardo stanco. “Adesso non va bene” – risponde la capo zona, mentre le lamentele generali la convincono del contrario… Si andrà in bagno a gruppi accompagnati da un responsabile e le bottigliette d’acqua le ritirerà un’unica eletta, delegata da tutte le altre.
Bip, bip, bip. Il primo turno da quattro ore si conclude concedendoci una pausa per mangiare e attendere che il negozio chiuda.

Ci ritroviamo alle 20.45 davanti alla solita vetrina nel centro di Firenze. L’inventario prosegue tra gli indumenti sistemati all’interno del negozio. L’aria condizionata e gli ampi spazi fanno apparire il secondo turno addirittura gradevole. Bip bip bip. La mezzanotte è appena passata, accogliendo l’inizio del primo luglio e la fine di questa insolita giornata di lavoro…
POLITICA
13 giugno 2010
Parità formale vs parità sostanziale

Pubblicato su Camminando Scalzi il 12 giugno 2010

La Comunità Europea ha imposto all’Italia l’equiparazione dell’età pensionabile tra uomini e donne che lavorano nel pubblico impiego, in nome di quel rinomato principio di parità tra generi che rifiuta qualunque forma di discriminazione legata al sesso. Il 10 giugno il Consiglio dei ministri si è quindi riunito per innalzare da 60 a 65 anni l’età di pensionamento delle signore che possiedono un posto statale, con una modifica che dovrebbe entrare in vigore dal 1 gennaio del 2012.

Il problema è che l’Italia non ha la più pallida idea di cosa significhi il concetto di “parità tra generi”, e che il principio teoricamente giustissimo di equiparare i tempi di pensionamento dei due sessi, nel concreto non farà altro che svantaggiare il già sfavorito genere femminile.
“La prima ragione – spiega l’articolo di Stefano Feltri su Il Fatto Quotidiano del 10 giugno – è che le statali che speravano di andare in pensione nel 2011 si trovano a subire prima lo slittamento delle finestre pensionistiche deciso nella Finanziaria (chi doveva lasciare il lavoro a luglio 2011 lo farà non prima di gennaio 2012), e poi un aumento della soglia per aver diritto alla pensione di vecchiaia, cioè quella calcolata sull’età anagrafica e non sulla base dei contributi versati agli enti previdenziali durante la vita attiva”.

La seconda ragione è invece ben spiegata sul sito ingenere.it, citato sullo stesso articolo de Il Fatto Quotidiano. “Le donne – spiegano le economiste Alessandra Casarico e Paola Profeta – godono di importi pensionistici medi più bassi, con una speranza di vita più elevata di quella maschile. I dati recentemente pubblicati dall’Osservatorio sulle Pensioni (Inps 2009) indicano che i redditi mensili medi relativi alle pensioni di vecchiaia sono significativamente più bassi per le donne (circa 630 euro) rispetto a quelli degli uomini (1219 euro)”, e ciò è dato dal fatto che le donne sono sfavorite a prescindere dal parametro utilizzato per calcolare l’importo mensile della pensione. Se si adotta quello “retributivo” la cifra verrà infatti scelta in base all’ammontare dell’ultimo stipendio percepito, che troppo spesso è inferiore a quello di un uomo che occupa la stessa posizione lavorativa. E lo stesso ragionamento vale nel caso si scelga di adottare il parametro “contributivo”, che tiene conto della retribuzione media percepita durante l’intero percorso professionale.

A ciò si somma che nella realtà le donne vanno in pensione, mediamente, solo un anno prima dei colleghi uomini, perché, come spiega efficacemente l’economista Michele Reitano sullo stesso sito ingenere.it, gli uomini “godendo solitamente di anzianità contributive ben maggiori, raggiungono i requisiti per il pensionamento di anzianità ben prima dei 65 anni, laddove la minor anzianità contributiva media delle donne costringe molte di loro a ritirarsi unicamente raggiunti i limiti per la vecchiaia”, e le medie statistiche evidenziano infatti che le donne lasciano il lavoro intorno ai 59 anni, contro i 60 dei loro colleghi maschili.

Si potrebbero poi aggiungere gli innumerevoli episodi di discriminazione che troppo spesso appaiono sulla stampa nazionale, soprattutto nei confronti delle donne in stato di gravidanza.
Assunte con maggiori difficoltà, pagate meno e ancora costrette a scegliere tra figli e carriera, difficilmente l’equiparazione dell’età pensionabile riuscirà a sanare quella “sostanziale” diversità di genere che tuttora caratterizza la società italiana.
LAVORO
28 aprile 2010
Rischi del mestiere

Pubblicato su Camminando Scalzi il 10 aprile 2010

Il 3 aprile un operaio edile di 34 anni muore intossicato da ammoniaca nella centrale Enel di Torre Valdaliga Nord, a Civitavecchia. Il 2 aprile muore un operaio edile di 46 anni in provincia di Salerno. Il 7 aprile due operai edili del Milanese precipitano dalla soletta di una palazzina e uno di loro perde la vita, all'età di 55 anni... E si potrebbe andare avanti all'infinito.
Sono notizie che solitamente non riscuotono troppo successo, ma che purtroppo descrivono un problema attualissimo, che ogni anno coinvolge un enorme numero di persone.
Il Rapporto annuale sull'andamento infortunistico del 2009 curato dall'Inail (Istituto nazionale per l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro) attesta che già nel primo semestre dello scorso anno gli infortuni erano
397.980, a cui si sommavano 490 casi di incidenti mortali. Una cifra che negli ultimi 40 anni è calata di oltre 2/3, ma che nonostante ciò si mantiene su un valore di circa 2,6 casi di morti sul lavoro denunciate, ogni giorno, solo in Italia.

Ma oltre i casi di decesso, che ovviamente riscuotono il maggior impatto emotivo e mediatico, il lavoro causa annualmente un enorme numero di malattie professionali che raramente vengono prese in considerazione, anche perché risulta estremamente difficile dimostrarne le cause.

Il giornalista RAI
Santo Della Volpe, da anni interessato alla tematica, ha brillantemente esposto la questione durante un incontro-dibattito che si è tenuto lo scorso 26 marzo alla Casa della Creatività di Firenze. “A Maglie, un paesino del Salento – ha affermato il giornalista – esiste un ex-sansificio che è stato convertito ad inceneritore di rifiuti, dove a causa della diossina prodotta dalla combustione i casi di tumore sono circa 400 volte in più rispetto alle zone limitrofe, ma nonostante ciò lo stabile è ancora aperto”.
“Il tumore al naso è una delle malattie professionali più diffuse tra i falegnami - ha proseguito Della Volpe – e viene generato dall'inalazione della segatura del legno. Lo stesso vale per l'angioneurosi tra gli operai che lavorano per anni col martello pneumatico”.

Santo Della Volpe ha continuato spiegando quanto spesso questioni politiche ed interessi economici riescano a nascondere il problema... “Basti pensare che già dagli anni 70' si trovavano delle ricerche che dimostravano gli effetti cancerogeni dell'amianto, e che nonostante ciò si è continuato ad utilizzarlo sino agli anni '90”. “ E il boom delle morti da amianto – ha concluso – scoppierà tra il 2012 e il 2020, giacché questa malattia ha un periodo di incubazione di circa 20-30 anni”...

L'attualità, le statistiche e le inchieste giornalistiche descrivono dunque un panorama sconcertante, dove persino il bisogno di un lavoro si trasforma troppo spesso in una condanna...
SOCIETA'
19 gennaio 2010
Schiavitù contemporanea

Pubblicato su Camminando Scalzi il 14 gennaio 2010.

Chi semina vento raccoglie tempesta, e c'era da aspettarselo che prima o poi anche l'Italia avrebbe conosciuto le rivolte delle banlieue francesi... Già nel dicembre 2008 Medici Senza Frontiere era intervenuta a Rosarno e nella Piana di Gioia Tauro e aveva denunciato le spaventose condizioni in cui vivevano i circa 1500 migranti che abitavano nella zona.
Nel rapporto “Una stagione all'inferno”, citato anche da Elisa Battistini su “Il Fatto Quotidiano” del 13 gennaio, MSF denunciava che il 62% di questi immigrati non disponeva dei servizi igienici e il 64% non aveva accesso all'acqua potabile.
Impiegati come forza lavoro nel settore agricolo, alloggiavano in una vecchia fabbrica in disuso e in un’altra struttura fatiscente, disumanamente accampati in precarie condizioni igieniche, con una paga che si aggirava intorno ai 25 euro per un'intera giornata di lavoro.
Il vaso oramai colmo d'acqua è dunque traboccato. Il ferimento di un paio di migranti con un'arma ad aria compressa è stata la goccia di troppo... quella che ha dato il via alla rivolta, alla violenza e allo sgombero che ne è seguito.

Lavorare come schiavi e vivere come bestie, mentre la politica italiana continua a trattare la questione “immigrazione” come se fosse un problema esclusivamente legato alla Sicurezza, spesso supportato da un sistema d'informazione che asseconda questo pregiudizievole punto di vista. Ma Rosarno, così come l'Italia intera, incapace di indignarsi per la completa soppressione dei diritti umani di quegli individui, non ha esitato a scandalizzarsi non appena quelle stesse persone hanno deciso di ribellarsi.

E adesso poco importa se “dietro le quinte” aleggia l'ombra delle cosche della 'Ndrangheta. Se persino Maroni ha dovuto ammettere che la maggioranza di quei migranti aveva un regolare permesso di soggiorno. Se questa violenta sommossa non è stata altro che la conseguenza di troppi sbagli e dell'indifferenza generale in cui sono stati commessi.
I riflettori si spegneranno e le tante Rosarno d'Italia continueranno a percorrere la loro solita strada, incuranti del passato e di ciò che esso ha da insegnare...
LAVORO
29 settembre 2009
Una settimana da promoter


Un colloquio finalizzato a sminuire le tue capacità, un giorno di prova per farti capire come funziona il lavoro, e poi l'assunzione: l'ufficiale iscrizione al clan.

Alle 8 il meeting motivazionale. Una piccola stanza ospita una ventina di persone in continuo movimento che si parlano, quasi urlano, nel tentativo di sovrastare l'intenso frastuono che fuoriesce dalle casse dell'impianto stereo.
Poi appare il “venerabile boss”: uno schiocco delle dita e il silenzio regna.
Le persone all'interno della stanza si dispongono in cerchio, pronte ad apprendere i preziosi suggerimenti del loro “superiore”. Un discorso quasi gridato, “perché l'interlocutore deve essere DOMINATO”, con la voce, gli atteggiamenti e la dialettica...

A quel punto il cerchio si restringe, mentre venti braccia si sollevano a mezz'aria con il pugno chiuso, quasi a formare i raggi di una ruota. Il coro urla il nome dell'azienda, per due volte, in un cerimoniale che ricorda i classici rituali di squadra che anticipano l'inizio di una sfida di pallavolo.

La piccola stanzetta si svuota. I nuovi cadetti scendono le scale e aspettano nei parcheggi, mentre il boss con i suoi veterani collaboratori si radunano tra loro, per discutere di questioni che gli ultimi arrivati non sono ancora degni di conoscere.

Dopo il meeting motivazionale “devo andare al bagno” - dico ad uno degli adepti che mi blocca sull'ingresso della porta.
“Adesso non puoi, devi aspettare giù nel parcheggio” - mi risponde con tono contrariato, e sono costretta ad attendere la fine della riunione per avere accesso all'agognata toilette. Ma bisogna essere rapidi, perché il capo bussa fuori dalla porta ricordandoti che è ora di andare a lavoro.

Si parte in macchina, a gruppi di 4, e l'obiettivo è CONVERTIRE la città d'arrivo, dal mercato vincolato al mercato libero dell'energia elettrica. Una base mensile di 700 euro per un minimo di 15 contratti firmati, e per ogni contratto firmato incassi altri 28 euro. L'obiettivo, quindi, è far firmare quanti più contratti possibili entro l'orario stabilito, perché alle ore 19 bisogna tornare in ufficio.

Impari a memoria un discorsetto di 10 righe e poi sei pronto a setacciare tutte le partire IVA della zona. Sorriso perennemente stampato sulla faccia, abbigliamento elegante per conferirti autorevolezza, una cartella di contratti sotto il braccio e un portamento deciso e sfrontato per “dominare” l'interlocutore.
Bastano tre giorni per averne l'assoluta certezza: questo lavoro non fa per me!

Mi presento in sede per salutare e restituire la cartellina, ma chi decide di mollare perde automaticamente il diritto di entrare in ufficio. Il clan non accetta che qualcuno possa decidere di licenziarsi e rifiutare un'offerta di lavoro tanto allettante.
Il leader maximum ti congeda sulle scale: “Potevi fare a meno di venire. Gli altri te li saluto io. In bocca al lupo e arrivederci”. Una stretta di mano per ricordarti che quella figura non è il manichino di una vetrina di Versace ma è davvero un essere umano. Un uomo
Un individuo da cui, comunque, non ho intenzione di apprendere assolutamente nulla.
SOCIETA'
1 luglio 2009
La Fiaccola del compromesso...

(Foto di Gianfranco Puggioni).


Il paesaggio appare ancora come lo descrisse il poeta sardo Francesco Masala ne Il parroco di Arasolè: “Un’altissima lingua di fuoco, notte e giorno, secondo la legge del ciclo continuo del petrolio, illumina le antiche tanche: è la Fiaccola, la lunghissima torcia che brucia tutti i gas di scarico della Raffineria e li scaglia, simile ad un drago vampante fiamme, contro l’azzurra indifferenza del mare e del cielo”.

Non è facile descrivere un paese come Sarroch. Una realtà discussa e controversa che affonda le sue forti radici in un recente passato che incede, testardo, per costruirsi un futuro. Nel 1962 Angelo Moratti fondò la Saras, una delle aziende petrolchimiche più grosse d'Europa, modificando irreversibilmente il carattere di quel territorio. Adesso è come se la città avesse firmato un patto: l'annoso compromesso che decreta una minore qualità della vita per avere una maggiore quantità di posti di lavoro, e là dove molti vedono il bianco contro il nero, i sarrocchesi hanno scelto di intravedere qualche sfumatura di grigio...

Il nero lo mostra il recente film-documentario OIL, di Massimiliano Mazzotta, il quale indaga sulle condizioni di lavoro dei dipendenti dello stabilimento petrolchimico e delle sue ditte appaltatrici, mettendo anche in risalto i dannosissimi effetti che, inevitabilmente, esso produce sull'ambiente e sulla salute dei cittadini di Sarroch.

Il bianco lo mostra la Saras, la raffineria che ha avuto la registrazione EMAS dall'ISPRA, il maggior istituto che si occupa di sicurezza ambientale, ottenendo l'Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) e superando i continui controlli dell'ARPAS regionale.

Qual è il punto della situazione? Il semplice e affannoso tentativo di intravedere quelle sfumature di grigio che consacrano il compromesso sarrocchese...



ECONOMIA
24 giugno 2009
Lavorare meno per lavorare tutti


Si sa... la Corea del Sud è un Paese tanto lontano quanto stravagante agli occhi delle Nazioni cosiddette "occidentali", eppure, in questo particolare momento di crisi economica internazionale, il governo coreano si è fatto venire un'idea eccellente che meriterebbe davvero di essere presa in considerazione da tanti: ridurre le ore di lavoro dei dipendenti per evitare i licenziamenti...

Ciò sta permettendo alla maggioranza dei sudcoreani di conservare il proprio stipendio, nel rispetto di quella famosa massima che sostiene:
meglio un salario ridotto che un salario inesistente”. Questa ridistribuzione della scarsa ricchezza disponibile ha il grosso potenziale di bilanciarsi spalmando LA CRISI su più individui piuttosto che sobbarcarla interamente sulle spalle di “pochi”.

Inoltre, una volta superato il triste periodo, le aziende avranno a disposizione un personale competente e preparato per soddisfare le nuove esigenze del mercato, e non dovranno preoccuparsi di ricercare e riqualificare i propri dipendenti. Oltre a ciò, si deve considerare il fatto che la disoccupazione non è mai stato un grosso incentivo alla ripresa economica, e che l'aumento dei licenziamenti non fa che ridurre i tanto agognati “consumi” del sistema capitalista, aggravando ulteriormente quella stessa crisi che aveva portato a quegli stessi licenziamenti...

Insomma, si tratta di scegliere tra un cane che si morde la coda e un Paese di individui che rinunciano a qualcosa del proprio per garantire qualcosina a tutti...
3 settembre 2008
Finalmente ho trovato lavoro...


Ho messo un annuncio su un sito, per trovare un lavoretto occasionale da baby sitter... 
Ma finora, a parte un paio di eccezioni, gli unici "BAMBINI" che volevano essere accuditi avevano dai 35 ai 70 anni... Ecco l'ultima proposta ricevuta: 


"Bel culturista sposato della toscana, 37enne, sano, educato, preciso, reale bella presenza, 180 cm, moro, bel fisico in tutto, cerca amica nn professionista per ore liete continuative settimanali, non ho molto tempo a disposizione e non posso uscire la sera, richiesta pulizia, discrezione e massima disinibizione, offro regalo ogni incontro".

Riuscirò a rifiutare??
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